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Mitico Sahara, confine tra sogno e realtà




 "Il ritmo della vita rallenta,
il silenzio scende,
il Sahara comincia.”

Vanni Beltrami
(*)

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"Abìtuati al deserto, che è di nessuno e dove si
sta tra terra e cielo senza l’ombra di un muro, di un recinto."
Erri De Luca

di

 

Giacomo Danesi

 

Così Vanni Beltrami (*) nel suo “Breviario per nomadi”. Confesso che la prima volta che ricevetti un invito per un viaggio nel Sahara libico provai un'intensa emozione e una tremenda paura. Certo, nel deserto c'ero già stato. Ma non nel Sahara, un mito per i viaggiatori. Paura? Sì, paura. Forse perché non amo l'acqua. Cosa c'entra l'acqua? C'entra, c'entra.

Ricordo bene di aver letto un giorno una frase di Théodore Monod  il quale affermava che sia l'acqua salata, sabbia o pietra, sono sempre un oceano. Ecco perché, continuava il nostro, ad averle vissute una dopo l'altra si scoprono tanti punti in comune, una così segreta e profonda parentela tra la vita di un marinaio e quella del sahariano. Da qui la mia paura.


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"Presi un pugno di sabbia e glielo porsi, scioccamente
chiedendo un anno di vita per ogni granello; mi scordai di
chiedere che fossero anni di giovinezza."
Publio Ovidio Nasone

Ma l'idea di passare una settimana da “marinaio sahariano” nonostante le mie ataviche paure dell'acqua e dell'oceano, non mi lasciava certo indifferente. Poi la partenza, l'arrivo a Tripoli con una temperatura sui 40 gradi, con i raggi del sole che sembravano aghi che senza pietà si conficcavano nella pelle.

Poi via sulla strada per Germa, fino nell'Acacus. Il giorno dopo, ecco l'incontro con i libici che ci avrebbero, con i loro Toyota, accompagnato per tutto il viaggio nel deserto. Gentili e disponibili, erano evidenti i contrasti tra noi e loro nei vestimenti.

Loro indossavano una “
lisa” tunica di indefinibile colore e il tradizionale copricapo per ripararsi dai raggi del sole. Noi nei nostri ridicoli vestiti di improbabili pellegrini del deserto.

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 Deserto del Sahara libico. Un classico esempio 
di "Pellegrino del deserto"  ritratto  mentre scruta 
l'orizzonte in attesa del nemico che, come noto, 
non arriverà mai (vedi Il Deserto dei tartari di Dino Buzzati). 
Notare il (quasi) impeccabile abbigliamento sahariano...

 
Di che etnia erano i nostri autisti? Forse berberi, o tebu o, magari, tuareg. Vi state chiedendo se davvero i tuareg sono di colore “blu”? Calma. A differenza dei berberi, forse a causa del loro isolamento nel quale hanno sempre vissuto, hanno mantenuto una integrità culturale invidiabile. Incontrarli è difficilissimo, anche perché non amano vivere sulle rotte turistiche.

Se incontrate una donna che non è velata, quasi sicuramente è una donna tuareg. Non dimentichiamoci che la società tuareg è matriarcale.

 

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 "Non si nasce donne: si diventa."
Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, 1949

E' la donna che detiene il potere, che si occupa dei figli, che conosce la lingua scritta, la musica, ecc.

L'uomo tuareg, invece, porta il velo di cotone sul volto. Il suo colore determina la casta di appartenenza. Porta il velo bianco? E' sicuramente un tuareg comune. Porta un velo di colore taghelmust, ovvero di colore indaco? E' sicuramente un tuareg più nobile.

 

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 "Lawrence, solo due tipi di esseri si trovano bene nel deserto:
i beduini e gli dei. E lei non è fra questi."
Dal film: Lawrence d’Arabia

Cosa c'entra, allora, il colore blu? Semplice. Perdendo il colore, a causa del sudore, a contatto con il colore indaco, lo stesso si deposita sulla pelle. Da qui il colore blu sul volto. La leggenda degli uomini blu è stata poi favorita dai primi viaggiatori occidentali sorpresi di incontrare alcuni di loro con il volto di colore blu!

 

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 "Ci sono intensità di blu anche oltre il blu
più limpido che si possa immaginare."
David Forster Wallace

Poi il mio primo incontro con il deserto sahariano. Sembrava perfino troppo monotona la tappa di avvicinamento al deserto. Forse era una tassa da pagare o una forzata preparazione al mitico incontro. Poi, all'improvviso, ecco in lontananza delle palme, e dietro di esse, l'inconfondibile profilo di un aereo. Sulla nostra destra, invece, alcune lagune e distese d'acqua.

Lo faccio notare all'autista. Scoppia a ridere quando con la mano indico le palme, l'acqua e l'aereo. “Sarab!”, mi dice convinto. Che vuol dire? E' un saluto? Macché! “Sarab” significa miraggio. Stavamo vedendo tutti un miraggio!

Ma allora esistono? Che incredibile illusione ottica! Infatti, scorrevano i chilometri, ma di vere palme nemmeno l'ombra. Ne tanto meno dell'aereo. Non parliamo poi dell'acqua...

 

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 "Ho dovuto vivere nel deserto prima di poter capire il
pieno valore dell’erba verde in un fossato."
Ella Maillart

A proposito di acqua. Prima di partire accertatevi che la vostra borraccia non sia bucata e soprattutto non sia di plastica! Il motivo è semplice. Con una temperatura che a volte sfiora i 50 gradi, chiaro che anche l'acqua non sarà per niente fresca nella vostra borraccia. Anche se l'acqua non fredda calma la sete.

Come mantenerla fresca? Semplice. Portate con voi una borraccia di alluminio ricoperta da pile. Legate la borraccia a un cordino, mettete alcune gocce d'acqua tra il pile, e la stessa esponetela durante i tragitto fuori dal finestrino. L'escursione termica manterrà splendidamente fresco il prezioso liquido.

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 "Il deserto è arido, su
questo non ci piove."

texxmat, Twitter
 

Inutile dire che sulla vettura ci sarà la ghirba con l'acqua. Se costretti a berla, attenuate con del succo di limone, che avrete avuto sicuramente l'accortezza di portare con voi, per attenuare lo sgradevole sapore.

La vista delle infinite dune, con i loro incredibili profili, è una visione che non dimenticherete mai più nella vita. Stupefacente poi come i nostri autisti sembra che le conoscessero una ad una. Le vetture del gruppo sembravano danzare sull'immensa distesa di sabbia.

Con il loro carico umano, ognuna in solitudine, parevano guidate da una mano invisibile. Poi, come d'incanto, quasi in sintonia, ci si trovava dietro una duna tutti insieme.

Quando una tempesta di sabbia ci sorprese, marrone, ossessiva, inesorabile, con quella sabbia che sembrava entrarti dentro quasi a volerti scuotere, tormentare, ci accorgemmo come eravamo fragili davanti allo scatenarsi della natura. Quando a un tratto, come d'incanto, cessò, ognuno di noi sembrava un novello figlio del deserto.

 

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"Ognuno lascia la sua impronta nel luogo
che sente appartenergli di più."
(Haruki Murakami) 

Al calar della sera, con le dune che cambiavano colore velocemente, il capo comitiva individuò, dietro una grande duna del Wadi Barjuj, il posto dove ci saremmo riparati per la notte. Il rito della tendina da montare mise in difficoltà molti di noi.

Sarebbe stata la nostra tana per diverse notti durante il viaggio. A farci compagnia, oltre la Luna all'ultimo quarto, una fantastico cielo stellato che la luce della Luna non riusciva a mascherare.

Ma sarà il vento, con il suo linguaggio incomprensibile per noi umani, a tenerci quasi desti per tutta la notte. Dopo la francescana cena, ognuno con la sua stanchezza, si ritirava nella tendina, illuminata da una piccola torcia.

Che spettacolo, nel raggio di quasi cinquecento metri, vederle in lontananza, come tanti piccoli fuochi fatui, le nostre tende illuminate!

 

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 Al calar della sera si montano le tende...

Le prime luci del mattino ci sorpresero molto presto. Dopo una frugale colazione, via per l'Acacus. A nord dello stesso, quando nel pomeriggio ai piedi del Djbel Auis, lo spettacolo che ci si presentò a noi improbabili pellegrini del deserto difficilmente potrà essere dimenticato.

 

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 Al mattino si prepara la colazione...

In un superbo anfiteatro di falesie di arenarie turrite, in un regno fantastico di roccia cesellata e dune di sabbia , dove sogno e realtà non sembravano divisi da netti confini, ecco il campo tendato allora unico esistente nel Sahara. Ora non c'è più. Qui incontrammo l'ideatore di quel campo. Uno straordinario personaggio, ora scomparso, di nome Sergio Scarpa, vera star del deserto.

Fu lui, nei giorni successivi, ad accompagnarci nel parco nazionale del Tadrart Acacus, alla scoperta di un campionario di dune e distese pietrose infinite. Con un linguaggio semplice e nel medesimo tempo affascinante, ci illustrò le rocce erose del vento e dalla pioggia, gli archi pietrificati, le creste seghettate, le pitture e le incisioni rupestri degli antichi abitatori del deserto. Quel luogo si chiama Fezzan.

Oggi, la terribile guerra combattuta in Libia ha distrutto quasi tutte le incisioni rupestri. Un vero attentato all'umanità intera.

 

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Incisioni rupestri nel Fezzan
 

Il ritorno verso Sebha prima, sempre attraverso il deserto, e verso Germa successivamente, ebbe tutt'altra valenza. Poi il ritorno in Italia. Dentro ognuno di noi rimase l'emozione di quanto vissuto.

Il deserto ti marchia a fuoco. Ti rode dentro. Ora capisco perché i grandi anacoreti, i padri della Chiesa, si ritiravano nel deserto per pregare, meditare, e il perché quasi tutte le grandi religiosi sono nate nel deserto.

E non pensare di venire nel deserto per nasconderti. Un proverbio Tuareg recita così:
“Se vuoi nasconderti vai nelle tue grandi città. Qui ciascuno è una persona visibile.” 
Forse è per questo che noi viviamo male nelle nostre città?

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Una mini carovana cammellata
nel deserto sahariano

Spero di aver suscitato in voi il desiderio di andare nel deserto del Sahara. Oggi in Libia è difficile poterci andare, dopo la rivoluzione di alcuni anni fa. Ci vorrà del tempo prima che la situazioni si stabilizzi.

Ci sono tanti Tour Operator che hanno in catalogo i Deserti. Sfogliateli. Sarà il vostro battesimo del deserto, foriero in seguito di più impegnativi e affascinanti avventure.

                                                 Clicca qui!: Il Deserto Misterioso (1)

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