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Nepal: nel Mustang, trekking nell'ultimo Regno




  Nepal, in Mustang trekking
nell’Ultimo Regno

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La cartina del Nepal. In rosso
il Regno del Mustang

 

Nepal Regno del Mustang - Il suo nome, in sanscrito, “significa dea dell’abbondanza”, considerato, insieme all'ultimo tratto del K2, l'ottomila più pericoloso, con il rapporto più alto tra numero di incidenti mortali e ascensioni tentate, superiore al 40%.

Pokhara, forse la più bella città del Nepal, è posta ai piedi delle più alte vette del pianeta, nei pressi di tre laghi e del fiume Seti e da qui si procede in volo per Jomson (2710 m) dove inizia il cammino verso Lo Manthang, la capitale dell’Ultimo Regno.

 

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Una spettacolare immagine mattutina di Pokhara,
posta i piedi delle più alte vette del pianeta 

 

Circondato dal Tibet su tre lati, il Regno del Mustang, perché è di questo che vi sto parlando, nominalmente parte del Nepal e governato da una famiglia reale tibetana, sopravvive come uno degli ultimi reami dell’antico Tibet. Negli anni 60, dopo l’invasione del Tibet da parte della Cina, il Mustang fu il fulcro di operazioni di guerriglia contro i soldati cinesi, guidati dai Khampas, storici e temibili guerrieri tibetani provenienti dall’area del Kham, ad est di Lhasa. 

 

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 Il territorio del Mustang è
percorribile solo a piedi

 

Il territorio del Mustang è percorribile solo a piedi lungo sentieri di montagna, seguendo la via carovaniera che per secoli ha consentito il commercio del sale tra India e Tibet. Un luogo non scontato, imprevedibile, da scoprire cercando di comprenderne la profondità, conoscendo meglio anche se stessi, le proprie reazioni e la capacità di far fronte, accettare e apprezzare situazioni inusuali, a volte stimolanti ma molto spesso altrettanto scomode e faticose.

Succede percorrendo a passo lento “l’antico regno di Lho”, il Mustang (dal tibetano “Mon Thang” che significa “piana dei Mon” o “abitanti delle frontiere”), una piccola enclave himalaiana, arida e rocciosa, senza strade tracciate che sulla cartina appare come un dito puntato dal Nepal verso nord e il Tibet, intervallata da monasteri arroccati e valli impervie.

Un microcosmo primitivo, a tratti inquietante e poco conosciuto, preservato in un ambiente selvaggio, quasi lunare, dall’assalto del turismo di massa da un numero limitato di visti turistici. Fondato dal nobile cavaliere tibetano Ame Pal nel 1380, il Mustang è rimasto sorprendentemente defilato dalle vicende politico-militari per molti secoli, chiamato “Lo” dalle genti locali, un tempo geograficamente inglobato nel Ngari, o Tibet Occidentale.

 

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Lungo la strada s’intravedono i monasteri del XVI secolo, pressoché intatti, tuttora attivi e ricchi di magnifiche tangka e mandala. Da Kathmandu si raggiunge via terra Pokhara (915 m), a 200 km a ovest dalla capitale, punto di passaggio obbligato per tutti i trekking della zona, considerata la porta dell’Annapurna (8091 m), il decimo monte più alto della Terra, parte della catena dell'Himalaya, il primo sopra gli 8000 m ad essere conquistato dall'uomo.

Il Mustang, rimasto aperto per molti anni solo a ricercatori e ad un ridotto numero di ospiti speciali (il tibetologo italiano Giuseppe Tucci lo visitò nell’autunno del 1952) venne aperto al turismo nella primavera 1992, anche se rimane limitata la possibilità di raggiungerlo.

 

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Giuseppe Tucci in Tibet, "il paese delle donne dai molti mariti",
in una foto tratta dal libro: Giuseppe Tucci - Neri Pozza Editore

 

Da Jomson, quasi al termine della valle del Kali Gandaki, l’antica via commerciale di transito che portava dall’India al cuore del Tibet, si cammina lungo il greto del fiume, dove si possono trovare le ammoniti fossili provenienti dai depositi dell’antica Tetide, il mare tra la placca indiana e l’asiatica prima del loro avvicinamento e del conseguente scontro che originò la alla formazione della catena himalayana.

 Da qui si raggiunge il villaggio di Eklobatti da dove si diparte il sentiero per il trekking dell’Annapurna e per il villaggio di Mukhtinath (3600 m). In lontananza si scorge l’abitato di Kagbeni, su una terrazza naturale, circondato dal verde dei campi e dove spicca il rosso del gompa. Si procede tra campi coltivati a orzo, mais e patate e in breve si giunge a Kagbeni (2810 m.), “la Porta del Mustang”, in direzione della valle del fiume Kali Gandaki, lungo una strada che presenta delle formazioni a canne d’organo.

 

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Il letto del fiume Kali Gandaki
visto dall'abitato di Kagbeni

Attraversando l’altopiano si giunge nell’antico villaggio di Tangbe, un labirinto di stretti vicoli e bianche case bordate di rossoarancio, incastonato da piccoli e graziosi stupa variopinti verso il villaggio di Chusang (2940), percorrendo uno stretto sentiero scavato in un instabile pendio di terra nera sul letto del fiume.

Le donne, anche quelle più giovani, vestono la chuba, una vestaglia stretta alla vita con una cintura, il doppio grembiule di un tessuto a righe multicolori, in testa il fazzoletto colorato e immancabilmente al collo il gioiello tradizionale, un ciondolo costituito da una grossa pietra di turchese e da due grossi coralli.

 

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Dopo Chuksang si abbandona il Kali Gandaki attraversando un ponte di ferro guarnito di bandierine colorate e con una ripida salita si raggiunge il villaggio di Chele (3050 m) aggrappato a uno spuntone di roccia, un caratteristico villaggio in stile tibetano con numerosi rulli di preghiera lungo i vicoli, stupa con i caratteristici colori grigio, arancione e bianco, da dove la vista del Nilgiri (7000 m) che domina la valle di Kali Gandaki lascia senza fiato.

 

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Il villaggio di Chele

Il giorno successivo il cammino riprende verso Chele, da dove il sentiero sale rapidamente verso una zona di plateau e da qui prosegue più dolcemente costeggiando la parete est di un canyon e attraversando dirupi verticali con cigli esposti. Sempre in salita, si raggiunge il passo Dajori La (3736 m), da dove in lontananza è visibile la catena innevata del Damodar Danda, in prossimità del confine con il Tibet.

 

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Il villaggio di Samar

 

Dal passo una breve discesa conduce a Samar (3660), piacevole insediamento circondato da salici per poi continuare sempre in salita fino al Bhena La (3838 m) e al pittoresco villaggio di Bhena con una splendida vista sul Thorong Peak.

 

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A sinistra il Yakawang (m. 6482).
Sulla destra il Thorong Peak ( m. 6201 )

 

Continuando verso nord si discende rapidamente per poi risalire allo Yamda La (3860 m) con una spettacolare vista sull’Annapurna. Una breve salita conduce al Syambochen La, dove si ha la prima bellissima veduta sul villaggio di Ghiling circondato da verdi campi coltivati che si sviluppa nel fondovalle fino a giungere al Grande Chorten, impreziosito da caratteristiche pitture a strisce sui muri perimetrali.

 

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Nero, bianco e rosso al Grande Chorten
presso il Gurung Village

 

I villaggi appaiono come oasi verdi nel paesaggio desertico circostante. Si prosegue il cammino scendendo in una gola, leggermente impegnativo per i continui saliscendi, per poi risalire verso il Nyie La (4010 m) da cui si domina una bella valle con terrazzamenti coltivati delimitati da pareti di roccia rossa.

Con una lunga discesa, si giunge a Ghami (3520 m), piccolo borgo in mezzo a campi coltivati da dove si attraversa una gola a est del villaggio passando tra alcuni chorten, punti di riferimento religiosi costruiti lungo la strada, simbolo del Buddha per eccellenza, della estinzione del suo corpo fisico (pari nirvana) e del suo inseguimento spirituale.

 

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Un bel esempio di stupa

 

Lo stupa (in tibetano chorten) è il monumento buddhista per antonomasia, al quale i devoti rendono omaggio compiendo una pradaksina (circumambulazione in senso orario). In origine tumulo funerario destinato a contenere le ceneri dell’Illuminato e, in seguito, monumento commemorativo del Buddha e della sua dottrina, il termine deriva dal sanscrito che letteralmente significa “fondamento dell’offerta“, simbolo della mente illuminata (la mente risvegliata, divinità universale) e del percorso per il suo raggiungimento. Se si usano soltanto due parole, la migliore definizione di stupa è “monumento spirituale“.

 

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Un'altro esemplare di stupa

 

Lo stupa, nella sua forma più antica, ha una struttura tripartita formata da una base circolare o quadrata, su cui sorge il corpo emisferico anda, coronato da un elemento cubico harmika dal quale fuoriesce il pinnacolo chattravali.

Superato un ponte si continua a salire fino a un pianoro passando accanto a un fantastico muro “mani”, o muro di preghiera, il più lungo di tutto il Nepal completamente ricoperto di pietre scolpite con le frasi sacre, situato a circa mezz’ora da Ghami. Il sentiero sale gradualmente in un paesaggio suggestivo, delimitato da una falesia di roccia rosso fuoco, da dove si scorge l’oasi di Dhakmar.


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L'oasi di Dhakmar

La discesa verso Tsarang (3560 m) è dolce e viene effettuata in poco tempo, avvolta da campi di orzo e frumento, la seconda cittadina del Mustang dominata da due grandi costruzioni: il forte, un tempo residenza del re e ancora oggi chiamato Palazzo Reale, e un grande monastero tutto dipinto in rosso risalente al XIV secolo appartenente alla scuola Sakyapa, ne testimoniano l’importanza rivestita in passato.

Il sentiero scende rapidamente fino ad attraversare il fiume, poi sale verso nord, con una splendida vista verso sud mostrando Tsarang sul ciglio del dirupo e, in lontananza, le enormi bianche vette himalayane.

 

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La cittadina di Tsarang

 

Si continua a salire dolcemente in un ambiente desertico e selvaggio fino al passo di Lo a mt 3950 dove, all’improvviso, appare l’ampia valle di Lo Manthang (3800 m) con il monastero rosso e grigio di Namgyal che si erge in cima al promontorio, circondata da vasti campi fioriti con colori dal giallo al viola.

 

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La cittadina di Lo Manthang

 

Scesi dal passo appare la prima, suggestiva panoramica della capitale con le rovine dei forti circostanti. Verso est il panorama si estende fino all’eroso canyon del Mustang Khola, verso nord il paesaggio presenta rosse e piatte colline fino al confine con il Tibet, verso ovest la vista è dominata dalla vetta del Mansail.

Dopo aver attraversato un piccolo torrente, in un ambiente molto selvaggio circondato dalle bianche vette himalayane, e risalita la sponda opposta, si raggiunge Lo Manthang (3800 m), la mitica capitale, da dove si raggiunge il monastero di Garphu, arroccato su una parte rocciosa e in parte scavato nella montagna stessa caratterizzata da rocce erose rosse e gialle, uno dei più antichi del Mustang.

Numerose grotte si aprono sulle pareti di una piccola valle vicino, un tempo abitate  dai monaci. Verso ovest un percorso ad anello sfiora il villaggio di Nyamdo, il punto più a nord visitabile a non più di 10 km dal confine con la Cina, non lontano da altri due villaggi, Thinggar e Namgyal.

 

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Monastero di Garphu: due giovani studenti

Il giorno successivo, dal passo di Lo da cui si è arrivati, si devia verso est percorrendo un facile sentiero in mezzacosta che raggiunge un passo a 4.100 mt. Al di là, la valle di Kali Gandaki lascia senza respiro: un mondo lunare di rocce erose multicolori, da cui una ripida discesa tra grandi e piccoli conduce verso camini di erosione con pareti alte 50 metri con belle vedute sulla confluenza di due valli, dove si trova il villaggio di Dhi Gaong proprio sulle sponde della Kali Gandaki.

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La Valle di Kali Gandaki

 

Con chi andare

L’operatore milanese “I Viaggi di Maurizio Levi” (tel. 02 34 93 45 28, www.viaggilevi.com), specializzato in viaggi culturali di scoperta in regioni poco frequentate dal turismo, propone:Partenza tutti i giorni. Non sono ammessi trekking individuali, minimo 2 persone. Base 2 € 1.580; Base 4 € 1.420. Il permesso USD 500, Guida parlante inglese.

SCHEDA TECNICA

Durata del viaggio: 20 gg
Giorni di trekking: 12 
Difficoltà: media
Altezza massima raggiunta: 4100 m
Quando andare: da ottobre a maggio
Pernottamenti: rest - house e case private
Trasporto bagagli: con portatori
Visto d’ingresso: direttamente in Nepal, con passaporto
valido almeno 6 mesi, al costo di US$ 30.  

Alcuni libri consigliati:

“Mustang. A lost tibetan kingdom” (Michel Peissel, Futura Publications Limited, 1979) ;
“A foot in Roadless Nepal” (Toni Hagen, The National Geografical Magazine, 1961),
Reinhold Messner “Annapurna in Sopravvissuto: i miei 14 ottomila” (Novara, De Agostini, 1987).

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Direttore Responsabile Giacomo Danesi