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Mongolia: la terra dei nomadi guerrieri




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Mongolia: la terra
dei nomadi guerrieri

 

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di
Luigi Alfieri
(°)
  
“Quando moriremo saliremo all’Eterno cielo azzurro
e lì incontreremo Dio. Se sarà ospitale e ci farà entrare
nella sua tenda a bere latte di giumenta ci fermeremo.
Se non sarà così monteremo sui nostri cavalli e ce
ne andremo in un altro posto. Nel vento”.

Proverbio mongolo

La Mongolia è ocra come la sabbia del Gobi, verde pastello come le distese della steppa, smeraldo come le foreste della taiga. D’incanto, in giugno, sugli altipiani asiatici fioriscono gli iris e tutto si colora di azzurro. Nel deserto e nella prateria spuntano grandi macchie turchine, quasi viola: per chilometri e chilometri tundra e sabbia sembrano rispecchiare il cielo con le sue sfumature che vanno dal color carta da zucchero al cobalto.

Il Cielo Eterno, che gli sciamani consideravano il primo degli dei; il Cielo Eterno, che Gengis Khan invocava prima di partire alla conquista delle terre dove tramonta il sole.

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L'immagine di Gengis Kan dipinta
sulla montagna nei pressi di Ulaanbaatar

 

La Mongolia è un paese grande cinque volte l’Italia. Si trova in Asia. Priva di sbocchi sul mare, è schiacciata tra la Cina e la Siberia (Russia). In pratica si tratta di un immenso altopiano chiuso da tre catene montuose, la più importante delle quali è l’Altai, che si estende ad Ovest. Il punto più basso del paese è a 532 metri sul livello del mare, il più alto a 4326.

Il territorio si divide in tre grandi porzioni: due deserti, a sud quello di sabbia, il Gobi, e, al centro, quello verde di erba, la steppa; ad essi si aggiunge la zona della taiga, l’immensa area a nord, coperta di foreste, dove si trovano le renne e il leopardo delle nevi.

 

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Un mongolo con i sui cavalli


La principale attrazione turistica della Mongolia è la natura. Per gli amanti del deserto il Gobi è uno spettacolo da non perdere. Secondo i nomadi all’interno di questa arida distesa (un terzo del suolo del paese) si trovano ben 32 tipi diversi di habitat e non a caso in mongolo esistono 32 parole diverse per dire deserto.

Quando arriva il vento della Siberia, pungente e birichino, gli iris cominciano a danzare e i prati si increspano come il mare, a ricompensare un Paese, adagiato ad altezze vertiginose, che la natura ha voluto senza coste e senza sbocchi.

 

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Cavalli mongoli

 

Con le zampe affondate nelle piccole onde create dalla brezza se ne stanno, fieri, i signori dell’altipiano, i cavalli mongoli, piccoli come zebre, forti come buoi, resistenti come cammelli. Sono le fotocopie di quelli che, nel tredicesimo secolo, trottando per settimane senza fermarsi, trasportando soldati, tirando carri, lanciandosi intrepidi contro il nemico, permisero ad un popolo nomade e rozzo di creare il più formidabile esercito della storia.

 

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Soldati mongoli in battaglia

Tra i guerrieri di Gengis e i loro cavalli si creò una simbiosi incredibile, i mongoli galoppavano per settimane intere senza scendere di sella, dormivano in groppa ai loro destrieri e, quando avevano fame, incidevano una vena nel collo dell’equino e succhiavano il suo sangue.

Implacabili e feroci, indifferenti al genocidio e allo sterminio dei nemici, i mongoli amavano le loro bestie al punto da proteggerle in battaglia con armature più costose e più resistenti di quelle dei soldati.

 

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L'esercito mongolo in battaglia
in una litografia

 

Grazie alla organizzazione logistica e alla rapidità di spostamento garantite dai piccoli trottatori della steppa e con l’assistenza dell’Eterno cielo, Gengis e i suoi figli conquistarono un impero che andava dal cuore della Cina, all’Asia Centrale, per allungarsi sino alla Russia, al vicino Oriente, ai Balcani. Pechino, Bukkara, Samarkanda, Kiev, Damasco.

 

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La famiglia di Gengis Khan
in questa pagina miniata

 

Il più grande dei suoi generali, Subotai, arrivò sino alle porte di Vienna e all’Adriatico. Stava per sferrare l’attacco finale, quando l’Europa fu salvata dai cavalli venuti dall'est. Il Khan (Ogodei, figlio di Gengis) morì e i corrieri imperiali furono così rapidi a portare la notizia da Karakorum (la capitale di tende che si trova nel cuore della steppa) all’Austria che Subotai levò l’assedio, sicuro di poter arrivare in poche settimane in patria per partecipare, con tutti i nobili al suo seguito, all’elezione del nuovo capo.

 

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Banconota mongola con
l'immagine di Gengis Khan


Se si escludono gli abitanti della capitale, per gli altri la vita corre ancora come tanti secoli fa, è la immutabile vita dei nomadi del deserto e della steppa: una tenda rotonda di feltro bianco per casa, le dune e le praterie per giardino, le pecore, i cammelli, le capre, gli yak, come compagni. A meno che vogliate usare il treno...


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Trans Mongolian Railway

Gli equini sono milioni e si trovano ovunque, dalle sabbie del Gobi alle vette dell’Altai. I nomadi li adorano e vivono con loro in uno stato di simbiosi. Ormai dotati di moto da cross e fuoristrada "«4 per 4", non rinunciano alle interminabili cavalcate sotto il cielo più azzurro del pianeta. I mongoli vivono nelle gher, le confortevoli tende circolari di feltro che esistevano già ai tempi di Gengis Khan e che ora si sono arricchite di due nuovi elementi: l’antenna parabolica per captare le tv satellitari e i pannelli solari per fare funzionare televisori e lampadine.

 

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Una gher. Accanto ecco
l'antenna parabolica
e la motocicletta...

 

Le gher, quasi sempre di colore bianco, hanno una superficie di circa 30 metri quadrati e si posso montare e smontare in meno di un’ora. Fuori dalle città non ci sono alberghi e i viaggiatori dormono tutti nelle tende. Particolare curioso. Se siete invitati  in una gher, e siete di sesso maschile, sappiate che dovete dirigervi verso sinistra!


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  Splendida gher in
un campo tendato
 

I pastori si spostano continuamente mentre i loro figli frequentano le scuole di città (se così si possono chiamare i piccoli capoluoghi di provincia), ospiti di grandi dormitori. Per quanto riguarda i bambini più piccoli, c’è, tra i nomadi, un’usanza curiosa: i maschi vengono vestiti da femmine e le femmine da maschi, per ingannare gli spiriti del male e le malattie.

E poi c'è il vento, che non finisce mai di scendere dal Nord gelido e infinito. Punge senza posa la pelle e gli occhi, tanto che questi, per difendersi, si sono trasformati in una fessura sottile. Spazza la steppa e il deserto, porta il freddo e la tormenta, alza la sabbia, piega le schiene, ma i fieri nomadi non si stancano mai di sfidarlo in una vita ripetuta sempre uguale.

 

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Il pastore errante dell’Asia, come recita Giacomo Leopardi, «Move la greggia oltre pel /campo, e vede/ Greggi, fontane ed erbe; / Poi stanco si riposa in su la sera: / Altro mai non ispera». Ma sbaglia il poeta immaginando la grande infelicità di una esistenza monotona. Il nomade mongolo è un uomo spesso felice.

I suoi occhi invisibili sono riempiti da spettacoli meravigliosi: la valle dello Yol, dove le capre e i cavalli pascolano tra i ghiacciai eterni e l’unità del cielo azzurro è rotta dal volo imponente dell’aquila. Khongorin Els con le dune di sabbia che segnano il confine tra il deserto e la prateria mentre, in mezzo, tra il verde e l’ocra, si allunga una sottile fetta di Camargue, con sorgenti, paludi e branchi di cavalli al pascolo.

 

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In estate le tende dei pastori tornano a chiazzare di bianco i pendii della valle del fiume Orkon. Qui gli abeti siberiani ricamano i bordi dei pascoli intervallandosi con le peonie selvatiche, i non-ti-scordar-di-mé, il timo, e lunghe distese di piccolissime margherite bianche e gialle.

Oppure si accampano, i pastori, ai confini del parco nazionale di Hustain Nuruu (uno dei 58 che popolano la Mongolia) dove corrono i cavalli selvaggi della razza Prezewaski e le marmotte giocano nell'erba.

Ovunque il profumo misto di menta piperita e cannella che sale dall’erba della steppa accarezza le narici. E' un odore antico come gli abitanti della valle di Bayan Zag, le Rupi Fiammeggianti, il più importante giacimento paleontologico della terra.

 

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Qui, in pieno Gobi, in uno scenario che al tramonto diviene di favola (provate a chiedervi perché le rupi si chiamano fiammeggianti) nel 1921, lo studioso americano Roy Chapman Andrews scoprì, assieme a una gran quantità di carcasse, i primi nidi colmi di uova pietrificate di dinosauro. Se ne stavano lì da 75 milioni di anni.

 

 

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Un incredibile tramonto
nel deserto dei Gobi

 

Per conoscere i nomadi mongoli fino in fondo bisogna ascoltare la storia dei due vecchi seduti sulla collina a guardare l’orizzonte senza confini. "Quando moriremo – dice il primo – saliremo all’Eterno cielo azzurro e lì incontreremo Dio. Se sarà ospitale e ci farà entrare nella sua tenda a bere latte di giumenta ci fermeremo. Se non sarà così monteremo sui nostri cavalli e ce ne andremo in un altro posto. Nel vento".

 

 

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 (°) Luigi Alfieri è Capo Redattore della Gazzetta di Parma

 

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