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Emozione Kenya





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La mia Africa

di
Mario Bussoni


“Hakuna  matata, hakuna matata” (Va tutto bene), continua a ripetermi Mike, agitando il palmo delle mani. Mi trovo ad attraversare lo Tsavo park east, una delle riserve faunistiche africane di maggior interesse del Kenya.

Mike, stretto in un’impeccabile divisa color verde oliva, mi scorta tra i Maasai, l’ultima stirpe guerriera. E’ una guida della Rhino tours, una delle compagnie leader delle spedizioni nel cuore del Continente nero.

Di buon ora, quando l’alba sembrava stentare a sorgere prima di esplodere in tutta la sua magnificenza, avevo lasciato il Mida Creek Beach a Watamu, 125 chilometri da Mombasa.


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Dopo un lungo peregrinare nella savana, nella quale ho incontrato un branco di elefanti, una coppia di giraffe, bufali, un pigro leone e una leonessa, lungo un rivolo d’acqua sporca scorgo alcune donne Maasai. Più in fondo, si intravedono le bomas (capanne) del loro manyatta (villaggio). Lì vivono uomini e donne altissimi, magri, slanciati, orgogliosi, superbi e aristocratici.


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Forse discendono da un’antica tribù della diaspora di Israele, o forse anche dai superstiti di una legione di Marco Antonio, dato che ancora oggi le loro spade, scudi, sandali e toghe ricordano quelli degli antichi romani.

Il manyatta è recintato da siepi di rovi, per impedire l’accesso ai predatori, dato che serve anche da ricovero per le vacche. Tutto intorno, in circolo, corrono basse costruzioni dall’unica apertura, che le donne hanno messo insieme su un telaio di frasche intrecciate, ricoprendole poi di pelli e intonacandole con un impasto di terra rossa e letame.



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La più classica
delle abitazioni dei Maasai


Il loro medicine man (stregone) mi viene incontro. Si chiama Laiboni. E’ anche il capo degli Ol-olsho (Consiglio degli anziani). E’ affabile, ma soprattutto scaltro e di spirito pratico. Per entrare dentro il manyatta e per potere scattare le picha (fotografie), Laiboni pretende 10 dollari. Prendere o lasciare.

Donne Maasai mi offrono, in un’improvvisata sorta di mercato all’aperto, collane costruite a cerchi concentrici con minuscole palline colorate. Collane delle quali anch’esse sono completamente adorne. Le loro teste spiccano completamente calve.


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Il mercatino...
delle donne Masaai


Gli uomini portano invece i capelli lunghi, raccolti a treccine impastate di argilla rossa e grasso di vacca. Molti di loro hanno i lobi delle orecchie forati e allargati all’inverosimile, carichi di pendagli.

I corpi vengono invece spalmati di ocra e grasso di vacca, per proteggerli dal caldo e dagli insetti e soprattutto da quelle insidiose mosche dal colore blu metallico. Nei loro costumi predomina infine il colore rosso.


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  Il fotoreporter Andrea Scabini 
tra i Masaai


I Maasai vivono di allevamento del bestiame e non vogliono saperne d’altro. Essi continuano a pascolare le proprie vacche e a rubare quelle degli altri.

Per ciascuno di loro una vacca è tutto. Quando si incontrano si salutano dicendo: “Spero che il tuo bestiame stia bene”. Rifiutano ogni contatto con le altre etnie, si cibano essenzialmente di kuhhe (latte), che per loro ha anche un significato simbolico e sacrale, spesso raccolto in una grande zucca e quindi allungato con l’osarge (sangue), che viene prelevato dalla vena giugulare di una vacca, attraverso un foro praticato con una freccia. “E’ la vita dei nostri armenti che ci dà forza”, sostiene Laiboni.

Il capo Maasai mi presenta anche i suoi figli: tutti i maschi presenti nel villaggio. Il motivo è semplice: ciascun uomo può averne quanti ne vuole con tutte le donne che desidera. “Enyanyuk enkikau o endouret” (Quello nato prima e quello nato ultimo sono eguali), può così affermare Laiboni.

Essenzialmente, sono due le classi sociali nelle quali si dividono i Maasai, popolo che si crede eletto da Enkai (Dio): guerrieri juniori e seniori. Dal giorno in cui diventano guerrieri juniori, i giovani entrano al servizio della comunità e sono chiamati Moran. Inoltre, fanno parte dell’Esercito Maasai, in altri tempi feroce e temuto, ma non possono possedere bestiame.
 

  © Photo David Nathanson
© Photo David Nathanson

                                                                         
       
Giovani Maasai,
"futuri guerrieri"...


Ancora oggi, nonostante i ferrei divieti, ciascun Moran si batte per un “punto d’onore”: dimostrare coraggio, afferrando un leone per la coda, per bagnare poi la propria empere (lancia) nel suo sangue.

Un avvenimento sociale importantissimo della vita dei Maasai è anche la circoncisione (alle donne viene invece praticata la clitoridectomia). Un ragazzo è stato appena circonciso e si riconosce dalla lunga tonaca nera. Laiboni spiega che non potrà avere una donna sua sino a quando non diventerà un guerriero seniore.

Per 20 dollari il ragazzo è disposto a lasciarsi fotografare con la veste completamente sollevata, mentre tutt’intorno alcune donne ridono.

“Spesso, nell’ora del giorno in cui l’erba della savana si vena d’argento”, scriveva Kuki Gallmann in Sognavo l’Africa. Adesso quest’ora è arrivata. La polvere rossa della savana incrosta la mia faccia riarsa dal sole e la camicia è ormai un’unica macchia di sudore. Ed è il momento del ritorno. La Toyota di Mike raggiunge a questo punto il Ngutuni logde, appena oltre l’entrata dello Tsavo Park east. Si tratta di un’ampia costruzione che, pur se moderna, ricorda nello spirito il fair old style dei bei tempi passati e l’epopea dei grandi cacciatori bianchi.


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All’arrivo, sono salutato da alcuni Maasai dai loro lunghi kikoi rossi. Ma, questa volta il loro compito è solo quello di accogliere i turisti. Alle ore 18,30 precise il sole se ne va, di botto, senza preavviso. E il cielo prende un colore grigio-sulfureo, come un grosso cumulo di cenere sotto il quale le braci si stiano raffreddando.

Gli sbuffi di nuvole si colorano invece di pennellate di porpora, che in seguito si spegneranno come le candele di un vecchio teatro dell’Ottocento. E sarà subito notte.


 © Photo David Nathanson
© Photo David Nathanson

                                                                                                  

Uno Splendido tramonto africano.


Dopocena, assisto a un ballo Maasai. Uomini e donne statuari, ripetendo all’infinito aieieihui eia, aieieihui eia, saltano a piedi uniti, al forsennato rullare dei tamburi.

Poi, tutto si interrompe di botto. Qualcuno ha sparso la voce che, nel laghetto dietro al Ngutuni lodge, sono arrivati a abbeverarsi gli elefanti. E allora tutti si precipitano sulle balconate.

Un giaguaro tenta di insidiare una gazzella, ma è restio a seguirla in acqua. Con un plaid sulle gambe, un bicchiere di whisky in una mano e la busta del tabacco da pipa ben nascosta (le scimmie, che scattano velocissime, non aspettano altro che di portarmela via) assisto al bagno dei grossi pachidermi.

I quali, dopo avere bevuto a sazietà e essersi arrotolati nel fango si divertono a tirarsi acqua addosso con le proboscidi. Incredibilmente, nella bassa boscaglia poco distante, la vita sembra animarsi.

Centinaia di animali urlano, stridono, fischiano, gracchiano, sospirano, soffiano, sibilano e ruggiscono all’unisono, come se partecipassero a una sorta di unica festa.

Rimango così, sotto il cielo blu popolato da migliaia di stelle e rischiarato dalla Croce del Sud, la portinaia del Mondo, sino al momento della lala salama, la buonanotte.

Ossia, sino a quando mi prende una dolce malinconia (mal d’Africa?). Il giorno dopo, rientro al VentaClub Temple Point a Watamu.


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Nella mia bandas (casetta-capanna) mi attendono un letto d’ottone e una zanzariera immacolata e una rilassante vacanza di charme e da sogno.



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