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Carthago delenda est




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di

Mario Bussoni

 

Vista  dal mare,  la costa tunisina mi appare come un lunga e ininterrotta linea bianca, disegnata da un susseguirsi di basse case. Cartagine si riconosce subito - così mi è stato indicato - perché alle sue spalle spiccano più che altrove ondulate colline verdi. Le spiagge che si trovano a sud della cittadina portano il nome di La Goluette e Salambo; quelle a nord di Amilcar e Sidi Bou Said, La Marsa e Gammarth.

Alle spalle di Cartagine, dopo la Béhira, il vasto lago salato che bagna la penisola di Cartagine, si distende Tunisi, lontana18 chilometri, le cui propaggini arrivano a lambire le sue acque.

Mentre sorseggio beatamente un tè alla menta, seduto sul muretto bianco del Sidi Chabaane a picco sul mare, Alì, forse impaziente, mi fa presente che 3 millenni di storia mi attendono. E, in certo qual modo, la cosa  mi sconcerta. A picco sulla scogliera, Sidi Bou Said mi affascina con le sue stradine lastricate, l’intrigo di case basse rivestite di calce bianca, con le caratteristiche griglie di legno e le persiane di un blu unico, rasserenante  e inconfondibile.

 

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Pesanti porte chiodate si aprono su giardini segreti,  che mi evocano i misteri da Mille e una notte. Le mura sono rivestite di ceramiche colorate e circondate dalla bouganvillea dalle brattee di colore viola,  oltre che inanellate da profumate cascate di gelsomini. Da sopra i fiori, una giovane e bella donna vestita di bianco mi fissa con grandi occhi che assomigliano a perle nere.

 

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Un tempo, frequentavano Sidi Bou Said artisti e letterati: André Gide, Georges Bernanos e Paul Klee. Dal belvedere del pianoro, scorgo in lontananza la catena montuosa che sbarra l’orizzonte a sud-est.  A sinistra, dall’altra parte della Béhira,  su un’angusta striscia di terra sorge La Goulette, con il suo porto. Il promontorio di Sidi Bou Said ne domina l’ingresso. Il Parco archeologico,  immerso nel verde, si snoda più in là dalla collina alla riva del mare. E mi mostra vestigia puniche, le terme di Antonino, ville romane, l’Anfiteatro e un Museo.

 

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I volti di Cartagine sono comunque molteplici, stratificati come sono nel succedersi dei secoli. L’aveva fondata nell’814 a.C. Elissa, la leggendaria regina di Tiro, alla quale il fratello Pigmalione aveva ucciso il marito Acherbas. Costretta a fuggire dalla Fenicia, la donna aveva navigato verso Occidente, per riparare poi sulle coste africane dell’attuale Tunisia. In tal modo,  si era meritata il titolo di Didone, ossia l’errante. Qui, aveva  fondato la città di Qart Hadasht, in lingua fenicia città nuova, in seguito divenuta nota con il nome latino di Carthago. 

 

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Stando al racconto che fa di lei Virgilio, la sfortunata Didone aveva accolto Enea, profugo da Troia. Se ne era innamorata perdutamente e, una volta abbandonata, aveva scelto la via del suicidio, infliggendosi la morte con quella spada donatale proprio dall’eroe troiano. Dopo Qart Hadasht, era nata la Cartagine punica, diventata famosa anche grazie a Annone che, nel 470 a.C. e con 60 navi,  aveva oltrepassato le perigliose colonne d’Eracle (Ercole), raggiungendo il Golfo di Guinea.

A detta dello storico greco Diodoro Siculo, i cartaginesi si erano mostrati sin dall’inizio molto attivi e avevano fondato colonie a Cipro, Malta, isole Baleari, Spagna, Francia, Corsica, Marocco e infine Sicilia. Nello stesso tempo, avevano sviluppato un’incredibile (per allora) e ampissima rete commerciale, trasportando ovunque rame, argento, oro, piombo, ferro, stagno, stoffe pregiate, schiavi, vino, grano  e olio.

 

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Entrata invetabilmente in conflitto di interessi con Roma, dopo 4 trattati  di non belligeranza più o meno rispettati, nel 264 Cartagine si era trovata suo malgrado immischiata  nella prima Guerra punica. Da questo momento, la storia della città, allora conosciuta come la più ricca del Mondo antico, sarebbe stata imposta e scritta dai romani. Sei secoli di storia sarebbero stati in seguito cancellati. Nonostante la sconfitta subita dal console romano Marco Attilio Regolo, nel 241 la flotta di Roma era riuscita  a sbaragliare quella nemica alle Egadi e si era annessa la Sicilia.

Nel 218 il generale cartaginese Annibale era però passato dalla Spagna nel nostro Paese, varcando le Alpi con i suoi elefanti. Aveva così avuto inizio la seconda Guerra punica. I romani erano stati sconfitti al Ticino, Trebbia, Trasimeno e Canne. Inutilmente.

Nel 204  Publio Cornelio Scipione Africano aveva portato infatti la guerra in Africa. E, 2  anni dopo, aveva sconfitto Annibale a Zama. Questa volta, Cartagine si era vista costretta  a subire durissime condizioni. Nel 150, per evitare che rialzasse troppo la testa, i romani avevano deciso infine di infliggerle un colpo mortale.

 

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Catone il Vecchio, mostrando al Senato di Roma un fico raccolto a Cartagine 3 giorni prima, aveva lanciato  un terribile anatema: “Delenda est Carthago” (Cartagine deve essere distrutta). Nel 146, dopo un assedio durato 3 anni e dopo 8 giorni di aspri combattimenti strada per strada, la città era stata totalmente annientata. I suoi abitanti venduti come schiavi, i monumenti distrutti, la sua area dichiatata maledetta,  i campi seminati a sale e i suoi domini trasformati in provincia romana.  Per salvare il proprio onore, la moglie del generale Asdrubale (che si era consegnato prigioniero) si era gettata nel rogo del tempio di Eshum, insieme ai 2 figli.

Nel 122 il tribuno Caio Gracco aveva comunque cercato di resuscitare Cartagine. Ma, il suo tentativo era fallito. Nel 29 era stato Ottaviano Augusto a rifondare la città, con il nome di Julia (poi Carthago) e a popolarla di coloni. Anche dopo che, nel 150 d.C., era stata distrutta da un furioso incendio, Cartagine era ancora una volta risorta e aveva conosciuto  una nuova era di prosperità.

Nel 170 grazie a Quinto Settimio Florenzio Tertulliano aveva visto nascere una Chiesa latina, alla quale probabilmente si deve la prima versione latina della Bibbia. Apologista e scrittore,Tertulliano aveva scritto l’Apologeticum e diversi, rigorosi trattati morali (tra questi Ad uxorem), prima di venire attratto dall’eresia montanista, che sosteneva il primato dei profeti sulla gerarchia ecclesiastica.

 

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Dopo Tertulliano, nel 248 era stata  la volta di San Cipriano, primo vescovo cartaginese oltre che il più celebre martire dell’Africa cristiana. Devastata dall’imperatore romano Marco Aurelio Valerio  Massenzio, nel 310 Cartagine era stata restaurata da Constantino I il Grande.  Quindi si era affacciato sulla sua scena Aurelio Agostino, il grande padre della Chiesa. Il quale,  già professore di eloquenza nel 375, una volta eletto vescovo di Ippona,  nel 411 e con l’appoggio dell’imperatore Onorio, aveva riunito a Cartagine  un Concilio, nel corso del quale era stato condannato lo scisma dell’assolutismo donatista.  

Da questo momento, Cartagine sarebbe stata all’avanguardia nell’unità della fede,  oltre che uno dei cardini massimi della cristianità. Nel 439 il re dei vandali Genserico aveva però conquistato la città, che nel 533 era passata sotto l’Impero bizantino. E, a partire dal 647, era stata infine conquistata dai musulmani. Per secoli, sarebbe rimasta una  città morta, oltretutto depredata di ogni suo avere a favore della nuova “capitale” Tunisi. “Lasciate le rovine di Cartagine morire in pace”, aveva sostenuto nel secolo scorso lo scrittore francese Paul Valery. Fortunatamente, pur se con ritardo,  non gli avevano dato retta. E, nel 1974,  la città era finita sotto la tutela dell’Unesco. 

 

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Tremila anni di storia mi balzano, così come mi aveva preannuciato Alì, davanti agli occhi: vestigia fenice, puniche, romane, vandale, bizantine, arabe-musulmane, crociate, spagnole, turche e infine francesi. Il Parco archeologico si estende dalle dolci colline sino allo sciacquio del mare, lungo un itinerario immerso qui e là nel verde.  Perlopiù, i resti si trovano da Le Kram a Amilcar.

Già dalla sommita della collina di Byrsa, scorgo bianche, abbaccinanti e come circondate da un anello verde che poi lascia il posto a bordature aride, le vestigia rossastre del Quartiere punico (II e III Secolo a.C.): resti di abitazioni costruite con cura,  allineate lungo  ordinate e regolari vie rettilinee e raccolte in quartieri divisi per categorie sociali, oggi prive di tetto. Mi stupiscono per la “modernità” di certe intuizioni, per le cisterne d’acqua e i pozzi perdenti e  per gli accurati lavori di muratura, stucchi e pavimenti.

 

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Lavori in una cisterna romana

Le rovine del Foro romano, realizzato dall’imperatore Ottaviano Augusto a partire dal 44 a.C. e in seguito ampliato da Publio Elio Adriano e Tito Aurelio Antonino Pio, danno a loro volta un’impressione di imponenza. Un tempo, dominavano l’intera città. Intorno a una grande corte circondata da un colonnato e ornata di statue, si innalzava verso ovest il Campidoglio e verso est la cosiddetta basilica civile.

Su quella che una volta era stata una basilica cristiana, sotto il protettorato francese era stata invece edificata una grande  cattedrale,  insieme a un Seminario dei padri Bianchi. Quest’ultimo ospita oggi il Museo di Cartagine, che raccoglie il frutto di accurati scavi: sarcofagi, sculture, stele, iscrizioni, mosaici, vasellame,  ceramiche etc. 

 

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Fondamento del battistero 
di una basilica cristiana


Scendendo lungo rue Florus, incontro  il Teatro romano, a forma di mezzaluna, dove ogni estate si svolge un Festival internazionale con musica, canti e danze. Proseguendo verso il mare, mi si slanciano invece contro le vestigia delle Terme di Antonino, un tempo fra le più note dell’Impero romano.

La grande colonna del frigidario, in granito e con un bel capitello di pietra bianca,  si staglia elegante per 15 metri in altezza sopra un ammasso di costruzioni di pietra rossa in rovina, sulle quali è nata spessa l’erba. Sullo sfondo, si aggrazia invece il mare azzurro del Golfo di Tunisi. A ogni tramonto,  la colonna si indora. E, con lo scendere della notte,  assomiglia a un dito scuro puntato verso il cielo. Più in su, noto le cisterne che un tempo rifornivano i bagni con acqua sorgiva.

 

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Sempre sul mare, ma verso est e dalla parte  opposta, ritrovo quindi i 2 antichi porti di Cartagine. Il primo, più largo e circolare, ha nel centro una penisola-isolotto rotonda, così perfetta che pare essere stata tracciata con il compasso. Un tempo, era al coperto, con  “gallerie-bacini” issate su alte colonne. Il secondo è invece più piccolo e allungato. A sinistra delle Terme di Antonino, la basilica di San Cipriano  domina l’innalzarsi del rossastro scoscendimento di Amilcare. 

Oltre la gobba di 2 colline grigiastre, c’è Sidi Bou Said. Mentre, di fronte alla collina di Giunone, gemella di Byrsa, sul versante ovest si apre il pianoro dell’Odeon. Qui, si trova  un intero quartiere con i resti di  belle ville romane, sistemate su terrazze lungo un declivio che scende verso il mare.

 

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La Voliera, chiamata così per il proprio bel mosaico,  mi mostra un’architettura ordinata intorno al colonnato del peristilio e della terrazza, mentre davanti agli occhi mi si presenta anche come una finestra panoramica sul Golfo, sul profilo del Boukornine e sulla costa che disegna tutta la penisola di Cartagine. Ammiro mozze colonne di granito, bianche statue decapitate, capitelli posati a terra, antichi mosaici, vestigia di altri begli edifici in pietra e  alcuni cipressi svettanti, appaiati 2 a2 come soldati di guardia.

Dopo i resti della muraglia di Teodosio, mi appaiono con contrasto quelli della più grande basilica cristiana di Cartagine: Damous el Karita e infine, più staccati, anche quelli della basilica Majorum. Risalendo verso  l’interno,  trovo infine (a destra) le immense cisterne di La Malga, un tempo collegate a un basso acquedotto sostenuto da arcate e (a sinistra) le rovine del possente Anfiteatro romano.  Qui,  un tempo, si tenevano  i giochi del circo: combattimenti tra belve feroci e tra quest’ultime e i gladiatori, che combattevano per la vita anche tra di loro e venivano reclutati  tra i più prestanti prigionieri di guerra, schiavi e criminali comuni; oppure le venationes (cacce di animali).

 

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Lo sport per così dire nazionale era comunque la corsa degli auriga.  Divisi in fazioni o corporazioni,  ostentavano ciascuna i propri colori: blu, verde, rosso e bianco. Pur saccheggiato per secoli dai predatori di pietre, l’Anfiteatro lascia oggi intravvedere quello che resta dell’arena. Ancora più a là, si apre infine la piana di La Marsa.

Su Cartagine, scende rapida la sera. “Era a Megara, sobborgo di Cartagine nei giardini di Amilcare”, ripenso a come principia il famoso romanzo di Gustave Flaubert Salambo,  mentre la ruota panoramica del parco dei divertimenti Berges du lac, mi solleva in alto. La città che i romani volevano a tutti i costi distrutta mi  regala così  uno sfavillio di luci e un incredibile susseguirsi di suoni e di rumori. Chiudendo gli occhi, mi sembra di avvertire però il frastuono di un incrociare di spade tra cartaginesi e romani. 

 

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