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Palmira: forse un miraggio?




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 di

Giacomo Danesi

Non lasciatevi ingannare, durante l'avvicinamento a Palmira, dai giochi di luci ed ombre che il sole ed il deserto vi propongono durante il viaggio. Sono solo miraggi!

Siamo nel deserto siriano. Palmira è sicuramente nei dintorni. Ma di colpo, dopo una vallata che sembra aprirsi all'infinito, ecco in lontananza dei palmeti. L'ennesimo miraggio?

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 Chissà. Forse Palmira è veramente un miraggio anche se, per le numerose carovane che la raggiungevano quale naturale prolungamento della via della seta, la città doveva loro apparire come un sogno. 

Palmira era il loro punto di ristoro tra il Mediterraneo e l'Eufrate. Qui le carovane, provenienti dal golfo Persico, dalla Cina e dall'India, cariche d' incenso, seta, spezie ed armi, vi facevano sosta. 

Da parte loro i commercianti di Palmira estendevano i loro commerci fino al Nilo, per vendere lane della Fenicia, vino, profumi e pesce salato del Mediterraneo.

Perché una città nel deserto? Probabilmente perché serviva come avamposto rispetto all'Oriente e anche all'Occidente. Un tempo questa mitica città sorgeva in un'oasi di palme secolari. Bella e così verde deve essere apparsa veramente come un miraggio agli occhi dei visitatori di due mila anni fa. 

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 La storia la conoscete. Nel 228 d.C. il capo di una nota famiglia araba, Settimio Odenato (che riceve dai romani il titolo di "Corrector Totius Orientis", cerca di rimettere in piedi l'economia della città, in dissesto dopo la nascita dello stato sasanide. Muore in circostanze misteriose, e il potere é preso dalla moglie Zenobia Settimia. E' lei a sottomettere l'Alto Egitto e l'Anatolia. Palmira diventa il centro di questo mondo.
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Tutto ciò spaventa i romani al punto che l'imperatore Lucio Domizio Aureliano, nel 273 d.C., assedia la città che cade in loro mani. Zenobia é portata a Roma in catene d'oro dietro il carro del trionfo. La regina morirà molti anni dopo a Tivoli.

Quanto rimane ora di quel periodo alla nostra vista fa solo intuire quanto grande e splendida fosse questa città. L'arco che vi accoglie e v'immette all'inizio della strada principale, tra un colonnato e capitelli ancora intatti che sembrano senza fine perdesi nella sabbia del deserto, vi fanno intuire come doveva essere immensa questa città, con le sue lunghe mura di 20 chilometri alzate da Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano. Doveva essere ricchissima di statue, alcune delle quali si trovano ora nei musei di Damasco e Aleppo.

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In fondo alla strada ecco il tempio, di proporzioni grandiose e dedicato a Bel (il dio siriano corrispondente a Zeus). Splendido il tempio del Sole che conteneva il tesoro di Stato, un tempo rafforzato da un muro di 20 metri con pilastri e travi in pietra scolpita.

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Ecco il teatro. Certo, ora mancano gli spettatori. Si prova una certa emozione pensare che, ovunque andassero, i romani - popolo assai concreto - lasciassero il segno della loro passione per l'immaginario e la finzione. Tutto questo ai piedi di una collina dove sulla cima un castello domina la piana.

 

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Sbirciando dagli spalti del teatro verso l'esterno, non è improbabile scoprire poco lontano la tenda di un beduino. Il contrasto è stridente. Da una parte i resti di una civiltà scomparsa; dall'altra il beduino con la sua tenda probabilmente uguale, o quasi, a quella dei suoi predecessori che, seguendo le carovane, arrivarono a Palmira ai tempi di Zenobia. Quella civiltà è scomparsa, il nomade no.

E chissà se i suoi successori saranno ancora qui quando la nostra civiltà si sarà persa nei meandri dei ricordi.

 

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