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Mitica Guadalupa!




 Come una farfalla posata
sul mar dei Caraibi 

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di
Mario Bussoni

 Isola della Guadalupa - Spiagge dorate le fanno da aureola,  come quelle che i pittori di un tempo usavano fare ai santi.  Eccola, l’affascinante, misteriosa e selvaggia Guadalupa. Vista sulla carta,  assomiglia a una grossa farfalla con le ali spiegate in volo. Una farfalla seducente, circondata da un mare turchese. In pratica, si tratta di 2 isole,  2 sorelle siamesi separate da uno stretto braccio di mare, la Rivière Salée: la Basse-Terre a sinistra e la Grande- Terre a destra. Una bagnata dall’oceano Atlantico, l’altra lambita dal mare delle Antille.

Una tempo, nell’approdare in quest’isola abitata da pacifici Arawaks, gli indiani caraibici avevano subito sgranato gli occhi di fronte alla sua bellezza e l’avevano battezzata  Karikera, l’isola dalle belle acque. Qui,  il mare si presenta infatti con tutte le possibili e inimmaginabili  gamme di blu. Sempre in altra epoca, la Guadalupa, così come l’arcipelago che le fa da collana con La Désirade, le isole della Petite-Terre, Les Saintes e Marie-Galante, era stata popolata anche da normanni e bretoni. Oggi,  è Francia a tutti gli effetti: Dipartimento d’Oltremare.

 

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Lungo la Grande Terre, che vanta il maggior numero di infrastrutture turistiche oltre che la città principale, Pointe-à-Pitre, si trovano immense spiagge di sabbia bianca e limpide acque protette dalla barriera corallina. Pointe-à-Pitre, la “capitale”, ha le strade strette, spesso bloccate da rumorosi ingorghi stradali, bancarelle stracariche, splendidi caseggiati in stile coloniale, talvolta costruiti in legno e con i balconi traforati, abbelliti da fiori scarlatti e spesso con sul davanti alberi di corallo.

Indolente e colorata, questa cittadina esprime calore e allegria, profuma di spezie e elenca una sfilza di alberghi, ristoranti, negozi e boutique. 

 

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 L'isola di Marie-Galante

 

I turisti sono invitati a prendere un ti poonch all’aperto nel lolos (baracca) di Adeline,  con tanto di rum abbondante, succo di lime e sciroppo di canna da zucchero. Sostengono che dia “la force, pour faire marcher le sexe” (la forza per far marciare il sesso). “Pawi pwoblem, méci boucou, doudou am mwen” (Nessun problema, mille grazie mia cara), è quasi d’obbligo rispondere in gergo locale.

Al ristorante Chateau de Feuilles, sulla strada di Campeche e verso Le Moulle, Martine e Jeanne Pierre Dubost propongono invece 20 tipi diversi di ti poonch. Un record. Nel verde di quella che una volta era una fattoria,  si gustano paté di ricci di mare, pesce spada con l’acetosella, pesce capitan,  pescato in acque profonde, passato alla griglia e condito con lime e pepe verde;  e filetto di kingfisch alla vaniglia. 

 

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La Grande-Terre sembra comunque essere tutta animata dalla cosiddetta dolce-vita, con gente che entra e esce dai suoi numerosissimi e lussuosi alberghi. Mentre Gosier vanta un casino, Sainte-Anne ha dismesso lo zucchero per vocarsi al turismo e Saint-François va orgogliosa dei tetti blu delle proprie case. La punta a est, verso Pointe des Chateaux,  è invece spazzata  dal vento dell’Atlantico, assomiglia alla Bretagna ed è il paradiso dei surfisti. A sua volta, la spiaggia di Pointe Tatare ospita frotte di nudisti.

Verso nord, dove i campi di canna da zucchero con il calare del sole assumono riflessi  argentati,  andando incontro a Le Moule si incrociano cabrouettes, carretti trainati da buoi, carichi del loro raccolto. E mulini a vento che si sbracciano solenni e pigri.

A Porte d’Enfer, come dice il nome, l’Atlantico si presenta furioso, nel suo  instancabile aggredire gli scogli. Una leggenda vuole che, proprio qui,  una certa madame Coco sia stata ghermita da un onda più impetuosa delle altre e spazzata via insieme al suo ombrellino parasole multicolore. Intorno a Les Abymes, nei 2 borghi di Jabrun du sud e Jabrun du nord,  vivono ancora oggi i discendenti dei blancs matignon, una comunità bianca sfuggita, a suo tempo,  ai  sanguinosi e inevitabili disordini seguiti all’abolizione della schiavitù.

 

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 Ricostruzione di una casa
utilizzata dagli schiavi

 

Ritornato a Pointe-à-Pitre, si può puntare decisi nell’ala di sinistra della farfalla, per raggiungerne il cuore e imboccare  poi la strada panoramica de La Traversée, fiancheggiata da alberi enormi. Sulle prime, dolci  pendici,  alcuni campi di ananas profumano al sole.

Il Parc national de Guadeloupe, creato nel 1970 da Gérard Werter,  occupa buona parte della Basse-Terre. E’ il settimo di tutta la Francia, l’ultimogenito: conta oltre 17.300 ettari nella zona centrale e 16.200 inquella periferica ed è stato nominato Riserva della biosfera dall’Unesco. Tutta la Basse-Terre (che contrariamente al suo nome è in rilievo) ostenta una lussureggiante vegetazione tropicale.  Vernou è ancora abitata, dai bekés, bianchi scampati alla Rivoluzione.

Qui, rispetto all’altra parte, è tutto diverso: montuoso,  selvaggio, in qualche punto inestricato e persino misterioso. Innumerevoli e suggestive sono le cascate, i laghi di montagna, le sorgenti di acqua calda sulfurea e i  crateri che assomigliano a bocche aperte. Così come non si contano i sentieri da percorrere a piedi. Ma, tutto è egualmente affascinante. Anche perché le belle acque della Guadalupa non si trovano solo sul mare, ma anche all’interno. 

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Al Saut de La Lézarde (Salto della lucertola), l’acqua si rovescia cantando in un laghetto verde e trasparente, così come, poco più avanti sempre lungo La Traversée,  la Cascade des Ecrevisses (Cascata dei gamberi) si getta nel fiume Corossol, che scende a valle gorgogliando.

Les Mamelles sono 2 montagne alte rispettivamente 716 e 762 metri. Dolci e sensuali  fanno onore al nome che portano. Tutto intorno,  è il regno incontrastato del verde più verde. Ecco spiegato allora il perché qualcuno aveva ribattezzato la Guadalupa come l’“isola di smeraldo.“ "Se c’è del verde in paradiso non può essere che questo", avrebbe in seguito sentenziato lo scrittore Jules Verne.

Trecento sono le specie di piante presenti nel Parc national, alcuni delle quali spettacolari come l’acomat boucan, con le impressionanti radici che si alzano dal terreno come una cattedrale gotica, o  poco noti come l’albero da gomma bianco e quello del legno locusta. Incontro via via anche palme da cocco, palme reali, bambù giganti, alberi corallo, alberi  del viaggiatore, frangipane, grovigli di liane, alloro rosa, ibisco, buganvillee, anturie, rose porcellana e splendide orchidee (oltre 80 specie).

 

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Ma, a dominare il tutto sembrano essere le onnipresenti felci (oltre 200 varietà), molte delle quali sono arborescenti e possono raggiungere anche i15 metridi altezza. Il manzanillo (o mancinella) dà  infine frutti simili alle mele, ma estremamente tossici.

Se la flora della Guadalupa è a dire poco esuberante, la fauna è al contrario alquanto povera. Si incontrano però facilmente il racoon (procione lavoratore), diventato la mascotte e l’emblema del Parc nationale, l’agout, un piccolo roditore simile al porcellino d’India, la mangusta, l’iguana, la tartaruga molocoi e lo strano e più grosso insetto del Mondo: il dynaste hercule, ridenominato segatore di assi, spesso lungo come una mano aperta. Il tapeur (picchio nero) si ritrova infine solo qui.

 

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La splendida Saint-Claude
nelle Basse - Terre


Mentre lontano, un arcobaleno si china a baciare alcuni verdeggianti mornes, le tipiche collinette antillesi,  da Basse-Terre, l’omonimo capoluogo, raggiungo Saint-Claude,  alle pendici del vulcano di La Soufrière. Una lunga scarpinata mi porta quindi sino sulla cima. Lassù in alto, a 1.467 metri d’altezza, il punto più alto della Guadalupa,  questo grande calderone sembra avere arrugginito le rocce che il verde cupo della vegetazione non ha intaccato. Il contrasto è forte, violento, anche nel piccolo stagno d’acqua blu, contornato da licheni viola,  dove il tutto si riflette.

Le sphaignes (torbiere d’altitudine),  formano cespugli inestricabili, spessi anche un metro. I colori sono incredibili e vanno dal verde tenero al rosso arancio. Ai licopodi dai fusti striscianti e dalle piccole foglie lineari, che da lontano assomigliano a alberi di Natale in miniatura e qui sono chiamati piedi di lupo, si affianca una sorta di alga  detta orecchia di macaco. In poco più di 300 anni, La Soufrière ha eruttato una dozzina di volte. Mentre, nel 1976 un tutto sommato falso allarme aveva fatto scattare l’evacuazione.

 

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 Il vulcano La Soufrière

In qualche punto, sento il vulcano borbottare sordo, in altre sembra invece ronfare tranquillo. Una brezza leggera che viene dal mare mi accarezza il volto. Gli alisei spirano sulla Guadalupa per tre quarti dell’anno e mitigano la temperatura e soprattutto l’umidità che, più in  basso,  può superare anche l’80 per cento, pur non creando mai troppi fastidi. Durante tutto l’anno, il termometro oscilla generalmente tra i 23° e i 27°.

In pratica, qui sono 2 le stagioni principali: un periodo secco da dicembre a maggio, detto careme e uno più caldo e umido da luglio a ottobre, chiamato hivernage.  Giugno e novembre sono invece considerati mesi di transizione. Durante la stagione delle piogge, piovono i grains blancs (grani bianchi), come li hanno battezzati i locali, ossia enormi goccioloni.  Ma,  dopo una decina di minuti, tutto è finito.

Sul versante est de La Soufrière,  acqua bollente si rovescia nella cascata di Courbet. Scendendo invece verso  la costa verso Gourbeyre trovo l’Etang as de pique, un lago che assomiglia a un asso di picche. Il Parc archéologique des Roches Gravées mi mostra quindi  figuiers maudits (fichi maledetti),  che serrano in un abbraccio violento le rocce lungo un sentiero che presenta intorno piante note e meno note di tutta l’area dei Caraibi, compreso il curioso calebassier, i cui frutti fornivano un tempo, a seconda della grandezza e una volta seccati, ogni sorta di vasellame.

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 La cascata di Courbet 

 Il sentiero mi conduce infine a una grotta e a ammirare un’importante insieme di petroglifi,  vestigia arawaks risalenti al 300 o 400 d.C.. Tra questi, alcune  teste  e ingenui “disegni” scolpiti, che assomigliano a quelli di bambini delle elementari . 

Puntando adesso a nord, ecco Matouba dove dicono che i locali facciano ancora sacrifici di animali. Sulla costa ovest, si affacciano invece lindi, lungo la strada, piccoli borghi di case creole. Case che fungono in pratica da grande ombrello e proteggono dal sole e dalle intemperie, pur essendo aperte agli alisei per lasciare circolare l’aria. L’ombra, la fraganza dei giardini, la calma delle “gallerie” che recingono queste abitazioni hanno un fascino del tutto particolare. Girando questi borghi, avverto un intenso  profumo di caffè tostato al momento e di avocat, una sorta di burro vegetale servito anche come antipasto e dessert. Mi assicurano che è un potente afrodisiaco.


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Una band da Guadalupa durante
il 2014 Tropical Carnevale di Parigi

L’indole creola è contagiosa, come la musica della Guadalupa: la beguine, il ritmo che nel secolo scorso da qui aveva fatto il giro del Mondo con furore. Forse il suo nome deriva da belé (o bélair), l’insieme di canti che accompagnavano gli schiavi delle piantagioni, nei rari momenti di riposo. Molte di queste canzoni, a volte vivaci, altre volte sentimentali, evocano belle e seducenti creole, chiamate matadors. Donne corteggiatissime, ma non facili, desiderate da molti, che si divertivano, secondo la propria fantasia, a prolungare l’attesa dei propri spasimanti, prima di sceglierne uno.

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 Il borgo di Bouillante

Il borgo di Bouillante deve il proprio nome alle acque bollenti che sgorgano dal terreno. E un bagno caldo e rilassante merita davvero attenzione.  Di fronte a Malendure,  si alza imponente Pigeon island, con la sua ricca riserva marina. La si può ammirare dalla terrazza fiorita di Le Rocher de Malendure,  dove servono ottimo pesce. La costa ovest o di Sottovento, selvaggia,  i villaggi di pescatori sembrano al di fuori del tempo. Malendure ha la spiaggia di sabbia scura, vulcanica. Anni fa,  Jacques Costeau definì i fondali intorno tra i più belli del mondo.

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La spiaggia di Malendure

Deshaies si apre a sua volta su una fantastica srada, mentre  la spiaggia della Grande Anse è  una striscia lunga e dorata. L’acqua del mare ha  sfumature turchesi e cobalto. Ma, basta che una nuvola oscuri  per un attimo il sole, per tingersi  d’argento. Con il tramonto,  il cielo si trasforma invece in una scomposta e fantasmagorica tavolozza di colori e si incendia sino che il disco rosso solare non finisce per affogare nel mare. Ecco che l’attimo fuggente del quale hanno raccontato scrittori e poeti può apparire all’orizzonte. Si può scorgere allora quel leggendario “lampo verde”, che è stato anche l’ispiratore di Jules Verne. Oppure,  si tratta solo di suggestione? Resta di fatto che, sfuggito l’attimo, si fa subito buio.

Sulla strada del ritorno,  i rilievi si addolciscono e la fitta vegetazione lascia il posto alla canna da zucchero. Il Museo del rum sulla strada di Lammentin e la distilleria del Domaine de Séverin a La Boucan ne spiegano la storia. La Baie Mahault sul Grand Cul-de-sac marin è racchiusa da una lunga barriera corallina.  Oltre alle mangrovie attorcigliate e con le radici gettate all’aria,  scopro viti marine e foreste paludose.

 

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 Al largo, minuscole isole di sabbia bianca come lo zucchero, un ciuffo di verde al centro, l’acqua azzurra a anello intorno e blu là dove è più profonda, mi fanno rimpiangere una cosa sola: quella di non essere nato miliardario. 

 

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