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In Thailandia per vedere Buddha




In Thailandia
per vedere Buddha

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(Photo Foto © Luigi Alfieri)

 di
Luigi Alfieri
(*)

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THAILANDIA - Di Buddha Gautama Shakyamuni so di non sapere. Non so neppure bene come si scrivano i suoi nomi. I suoi tanti nomi. Del buddismo ignoro molto. Non riesco a districarmi nel groviglio di rami e di radici che sono nati dall’albero dell’illuminazione: piccolo veicolo, grande veicolo, theravada, zen, berretti gialli e rossi, buddismo del sud, buddismo del nord, buddismo himalaiano, nikaya.

 

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Una delle tante raffigurazioni di Buddha Gautama Shakyamuni,
 In sanscrito e pāli Buddha (बुद्ध) meglio conosciuto con il nome di Buddha

 

Non ci riesco. Come credo che un buddista non riesca a districarsi tra cattolicesimo, chiesa ortodossa, calvinismo, luteranesimo, chiesa anglicana, copti, maroniti, quacqueri, mennoniti, hussiti, mormoni, armeni. Di Buddha fatico a capire il pensiero, così legato a una cultura altra rispetto alla nostra di europei, così avvinto all’interiorizzazione, alla meditazione, all’illuminazione, così sprofondato nelle radici dell’io, dell’energia, dell’immanenza. Così etereo e sereno. Così metafisico. Non potrò mai essere uno studioso serio del buddismo. Ma adoro l’arte che si è sviluppata attorno a questo uomo, un po’ profeta, un po’ santo, per tanti un po’ Dio; di sicuro un grande pensatore, un mistico profondo.

Da quando, duemilacinquecento anni fa, la sua dottrina ha cominciato a spargersi per il lontano Oriente, è diventata una fonte di creatività per artisti di ogni genere: architetti, pittori, scrittori, ma soprattutto scultori. E sono le sculture di Buddha che io amo.

Sono le sculture di Buddha che mi hanno attirato verso il buco nero di un viaggio aereo di quattordici ore per sbarcare nell’aeroporto della città più elettrica e trafficata del mondo, la città dove i taxi impiegano due ore a fare cinque chilometri, la città dove i grattacieli fanno ombra alle palafitte, la città dello stress e della meditazione, delle corse sfrenate e dei massaggi, del sesso a pagamento e della mistica religiosa: Bangkok.

 

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  Bellezze a Bangkok

Nel groviglio di asfalto bollente e di cavi della luce a cielo aperto, di venditori di cavallette fritte e ristoranti raffinati, di false Vuitton e preziosi borsoni di coccodrillo, di tuc tuc e treni sopraelevati, si nasconde il Buddha dei Buddha. La statua di Gautama più stupefacente della terra. Più delicata, più preziosa, più scintillante, più seducente, più enigmatica e ruffiana.

Il grande Buddha sdraiato del tempio di Wat Po. Quarantotto metri di oro zecchino. Il corpo tirato come un collo di Modigliani, lungo e deformato senza una logica apparente, senza apparire assurdo. E in fondo quel volto incredibile. Tutto d’oro. Con quegli occhi bianchi e neri che guardano oltre l’infinito e l’eternità, quelle labbra stese in un sorriso di miele, quei riccioli eleganti e delicati, leggeri come nuvole.

 

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 Il grande Buddha sdraiato
del tempio di Wat Po

(Photo Foto © Luigi Alfieri)

 
Bello come le maschere di Agamennone e di Tutankhamon. Perfetto. Se ne sta appeso lassù, come nell’alto dei cieli. Lo guardi dal basso verso l’alto e pian piano il mondo si ribalta, ti sembra di salire in alto mentre lui scende in basso. Il soffitto diventa pavimento e il pavimento soffitto. Il tempo si cristallizza, come di fronte a una piazza di De Chirico.



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Un particolare del volto
del Grande Buddha

(Photo Foto © Luigi Alfieri)


E poi c’è quella mano, leggera come una piuma, flessibile come il bambù, che regge, elegante, il capo divino. Leggera come una Venere di Prassitele. E’ un incantesimo che prende il corpo e la mente, che li lancia, per un attimo, in un mondo nuovo, diverso, senza ansie e senza dolori, senza ignoranza, con una risposta ad ogni domanda, sereno.

Ma dura solo un attimo. I gomiti dei turisti coreani, i flash delle macchine fotografiche giapponesi, la ressa multinazionale, ti riportano a terra in un attimo. Il ricordo di quell’attimo di grazia generato dalla grande bellezza, però, è destinato a durare per sempre, rafforzato dalla leggiadria, dalla ricchezza, dal mistico slancio verso il blu cobalto di un cielo senza nubi delle architetture del Wat (tempio) Po, cesellate dai verdi, dai gialli, dagli azzurri, dai rossi dei fiori di ceramica e delle tessere di cristallo.

Per veder la maestà dei Buddha bianchi, bisogna sprofondarsi in uno dei più intriganti “patrimoni dell’umanità”, targati Unesco: il parco archeologico di Sukhothai, l’antica capitale del regno del Siam. Qui, dietro ad un laghetto colorato di rosa dalle ninfee, adagiato su un grande altare di mattoni muschiosi, vigilato da bianche colonne mozzate dall’usura dei venti, siede sulle gambe incrociate, indifferente al passare dei secoli e al cadere della pioggia, il più bello dei Gautama.

 

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 Il parco archeologico di Sukhothai, l’antica
capitale del regno del Siam, con uno splendido Buddha

(Photo Foto © Luigi Alfieri)

Immenso, pacificato, pervaso di assoluto, guarda agli uomini con la stessa autorevole benevolenza, lo stesso sacro distacco, della sfinge egizia. Ha perso i fogli d’oro che lo ricoprivano, ma anche ora che è rimasto solo il gesso cinereo a decorarlo, non ha perso la sua maestà. La sua assoluta perfezione. Quel Buddha alto una decina di metri, non è nato per caso, non è il frutto della mente di un solo artista. E’ il risultato di secoli di lavoro per creare l’immagine del Gautama universale, l’immagine campione del profeta-Dio, lo Shakyamuni assoluto. L’approdo finale di un esercito di artisti ormai morti, l’esempio per quelli a venire. La perfezione.


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Il sorriso del Buddha bianco
è ambiguo come quello di Monna Lisa

(Photo Foto © Luigi Alfieri)

 

Il sorriso del Buddha bianco è ambiguo come quello di Monna Lisa, i suoi occhi sono dolci come quelli delle damigelle di Pisanello, ma lo sguardo forte come una morsa, il naso lungo, nobile e pensoso, il suo corpo non è né maschio né femmina, ma è il corpo di un dio, bivalente, un po’ equivoco, come gli angeli del Correggio; le sue mani sono sante, leggere, capaci di portare in dono la pace e la serenità, le orecchie sono grandi, per ascoltare la voce degli uomini, e lunghe, come segno di eternità.

 

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La mano del Buddha

(Photo Foto © Luigi Alfieri)


Rapisce l’anima e il cuore e, per i pochi che sanno ascoltarlo nella luce rosa del mattino tropicale, parla all’anima con un sussurro leggero, che si confonde con la melodia del canto degli uccelli della foresta, che gli stanno intorno. Lo fa, instancabile, da otto secoli, ormai.

Il parco di Sukhothai è immenso, discreto. Popolato di alberi altissimi e sottili, di fiori della jungla, scimmie, laghetti macchiati dal loto, stupa affilati che salgono al cielo come guglie gotiche; ci sono ancora alcune statue bianche con qualche superstite striatura d’oro, e, al centro del suo cuore verde, il Buddha che cammina, il più femminile dei Gautama. Plastico, flessuoso, donna sino al limite estremo che può toccare un dio.

 

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Il Buddha che cammina,
il più femminile dei Gautama

(Photo Foto © Luigi Alfieri)

L’ocra della terracotta, modellata non più in volumi giganteschi ma a misura d’uomo, regala movimenti delicati, muliebri, un piede alzato come in una danza, la mano benedicente, la veste leggera, la grazia delle femmine di Botticelli. Lo sguardo perso nel nirvana, pronto alla grande rivelazione. E sembra pure di coglierla questa rivelazione, sembra che anche la mente di chi guarda il principe efebico si illumini, fino a che il verso di una scimmia, piuttosto del rumore della caduta a terra di un mango, arriva a cancellare l’incanto, a riportare sulla terra le anime e i cuori. Ma il ricordo dell’energie trasmessa dalla perfezione artistica non si cancella. Si va a nascondere in fondo al cuore e nessuno lo smuoverà più da lì.

Il più pazzo dei Buddha si trova nel bosco incantato che circonda gli antichissimi templi di Ayuttaia, un’altra antica capitale della nazione siamese. E’ il frutto, conturbante, della collaborazione tra un’artista sconosciuto e le bizzarrie della natura, il frutto del caso. Senza dimenticare, come spiega il signor Voltaire, che il caso è la maschera dietro la quale si nasconde spesso la mano di Dio. Stiamo parlando del Buddha delle radici.

 

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 Nel bosco incantato che circonda gliantichissimi templi
di Ayuttaia riposa il Buddha delle radici

(Photo Foto © Luigi Alfieri)


Qualche secolo fa, forse durante un saccheggio, la testa di una statua di Shakyamuni è caduta ai piedi di una pianta di ficus. L’albero, piano piano, l’ha avvolta coi suoi rizomi. Un po’ per imprigionarla, un po’ per proteggerla dai pericoli. Nei secoli, le radici e il volto, si sono fusi con un effetto spettacolare e drammatico, creando un’opera d’arte di grande bellezza, una delle più fotografate dell’intera Indocina, un simbolo della Thailandia nel mondo.

Un po’ inquietante, un po’ magica. Fuori da ogni schema. E’ lì che sembra dire: l’energia creatrice è in tutte le cose, negli uomini, nelle piante, nella pietra, nel cielo, nell’acqua, nella terra. A volte è invisibile, a volte si mette all’opera è costruisce un capolavoro. Fa nascere, come per caso, la grande bellezza. E davanti alla grande bellezza l’anima prende lo slancio per proiettarsi in nuove dimensioni, per navigare oltre il mare e la terra.

Tutto questo succede nel tropico della Thailandia, l’antico Siam, quando le ombre si allungano e il cielo si tinge di rosa. Se non è un sogno.

 
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Direttore Responsabile Giacomo Danesi