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Angkor: capitale dell'impero Khmer




 Angkor: Una delle più raffinate civiltà
della storia dell’umanità

  

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di
Luigi Afieri
(°)

Cambogia - Nel Medioevo, nel bel mezzo del fiorire della civiltà dei comuni, Parigi era una città di trentamila abitanti, quasi tutta di legno. Nella stessa epoca, in Indocina, era al culmine la gloria di Angkor, Patrimonio dell'Unesco, una metropoli (per quei tempi) di oltre centomila abitanti, la più grande del mondo.

La più grande che sia mai esistita sulla terra sino all’esplodere della civiltà industriale. Rigogliosa di pietre e di materiali preziosi; ricca, splendente d’oro, chiazzata di laghetti e canali; decorata di statue colossali, tessuta di mille bassorilievi, connessa da ponti arditi. Circondata da immense coltivazioni di riso. Era la capitale dell’impero Khmer.

 

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Angkor: l'antica capitale
dell'impero Khmer


Agli occhi un po’ sguerci di noi occidentali, la parola Khmer suona orribile. Ci riporta alla mente il regime sanguinario e demenziale di Pol Pot. autocrate comunista e paranoico, il quale, in tre anni, dal 1976 al 1979, fece torturare, isolare e uccidere un milione e mezzo di Cambogiani.

I suoi aguzzini, che martirizzano chiunque avesse un po’ di cultura e conoscesse le lingue straniere, chiudendoli in campi di concentramento senza cibo e senza acqua, sgozzandoli, mutilandoli, venivano chiamati Khmer rossi. E sulla parola Khmer calò una luce sinistra.

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Danzatrici sui fiori
di loto nel Bayon
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

Invece Khmer è il nome di una delle più raffinate civiltà della storia dell’umanità. I veri Khmer, furono un popolo di grandi ingegneri idraulici, di grandi costruttori, e di grandi combattenti, che dal nono secolo, partendo dalla Cambogia, si sono estesi su una larga fetta di Sudest asiatico, creando un impero potente e ben organizzato, basato sulla coltivazione del riso e sulla straordinaria gestione delle acque, durato cinque secoli.

In Europa erano i tempi della nascita del dominio carolingio e dell’espansionismo arabo. I secoli bui. Quelli in cui, dopo i bagliori della grande Roma, la civiltà ripartiva da (poco più) di zero. L’architettura, la scultura, la pittura si erano ridotte a poca cosa. Il legno si era sostituito ai marmi. La letteratura e la poesia erano quasi spente.


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 Angkor Thom temple

Eppure considerare quell’epoca come un’epoca di decadimento per l’umanità, significa guardare alla storia col paraocchi, pensarla come un fatto solo occidentale: in India, in Cina, in Sud America, nel mondo musulmano, si sviluppavano grandi civiltà destinate ad non incontrarsi mai con la nostra, a correre parallele, senza punti di intersezione, eppure alla nostra simili fino alla sorpresa.

Perché sono civiltà fatte da uomini e l’uomo può cambiare il colore della pelle, la morfologia del corpo e del volto, la statura, la lingua, la gestualità, ma resta ovunque l’uomo. Con gli stessi bisogni, le stesse ansie, le stesse paure, un patrimonio di sentimenti comuni.


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      Il tempio piramide di Angkor thon
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

Visitare il grande insediamento archeologico di Angkor ce lo ricorda ad ogni passo, ad ogni stilla di sudore versata nell’umidità tropicale, ad ogni bassorilievo occhieggiante tra la verzura della jungla, ad ogni statua imprigionata dalle radici di un ficus gigante, ad ogni specchio d’acqua chiazzato di ninfee e fiori di loto, rotto dalla verticale di muri scolpiti.

Angkor è un paesaggio unico al mondo: le architetture Khmer, a volte intatte a volte cadenti, sono incastonate nel folto della foresta, come diamanti in una preziosa montatura.
 

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La foresta divora
un tempio ad Angkor
(Photo © Luigi Alfieri)


La bellezza della natura fa a gara con quella delle opere create dall’uomo, ci si mescola, ci si intriga, spesso diventa una cosa sola, con i rizomi di piante alte decine e decine di metri, che strangolano sculture e stupa, muri e piramidi, dei e mostri di pietra. E’ un’area smisurata, come smisurata era l’antica capitale. Si snoda lungo fiumi, canali, piccoli laghi, paludi e risaie, per un totale di quattrocento chilometri quadrati.

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           Il laghetto del tempio-ospedale
          (Photo Foto © Luigi Alfieri)

Dal tempio principale ai manufatti più lontani corrono quaranta chilometri, riempiti dal frinito incessante delle cicale, dal canto flautato degli uccelli tropicali, dalle mille sfumature di smeraldo dei giganti della foresta, dal blu, dal rosso, dall’arancio e dal giallo delle orchidee, da un profumo speziato che tutto avvolge e uniforma: uomini, piante, animali. Da un’energia antica e forte, che nasce da secoli di preghiera, di lavoro, di potere.

Nel cuore di questa civiltà che non si è mai neppure sfiorata con quella cristiana, tutto sembra gemello col nostro mondo, partendo dal bisogno dell’uomo di conoscere i segreti della vita e della morte, dell’eterno e dell’infinito, del cielo e degli inferi. Sono la teologia e la cosmogonia, in una sola parola la religione, le padrone di Angkor.
 

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La terrazza degli elefanti
(Photo Foto © Luigi Alfieri)


Tutto quello che resta in piedi nell’intrico di verde e di pietre è legato alla fede, prima induista, poi buddista, poi di nuovo induista, ancora buddista. Solo la casa di Dio, nella civiltà Khmer, era di pietra, tutto il resto, anche la reggia del sovrano, era di legno, non dovendo sfidare l’eterno. Agli dei immortali, spetta il materiale più prezioso, come ad Atene, come nell’antica Roma, come nell’Europa cristiana del Medioevo.

Dentro la città di Angkor, c’è l’Angkor Wat, il più grande edificio religioso ancor oggi esistente al mondo. Coevo alla prime cattedrali gotiche, questo tempio, come tutti i templi della capitale, ascende verso l’alto per volute simili alle guglie fiammeggianti delle nostre chiese medievali.

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La mitica Angkor Wat
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

La scalata verso il cielo simboleggia il bisogno di assoluto, il desiderio di una realtà che sta sopra, la voglia di Dio, che sono in tutti gli uomini di tutti i tempi. Non importa lo stile architettonico, non importa il materiale impiegato, conta il sentimento che muove verso lo sterminato azzurro senza tempo.

Nel Wat (tempio) principale, chilometri di bassorilievi, i primi di ispirazione induista, gli ultimi influenzati dal buddismo, svelano tutti i segreti dell’universo: la creazione, l’eternità, la morte, il bene e il male, l’inferno, il cielo infinito.

Grandi libri di pietra rassicuravano il popolo sul senso della vita, davano una motivazione all’esistenza, combattevano contro la paura del dolore, della fine e del nulla. Come tocca ad ogni religione, in ogni luogo del mondo.

 

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L'ingresso alla città
reale di Angkor Thom
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

Ma come ogni religione, anche quella Khmer era una fonte di potere e uno strumento del potere. Il re attingeva da quella polla la sua legittimazione. Era unto dagli dei e, come nell’antica Roma, diventava Dio egli stesso.

Così, il più potente di tutti i sovrani indocinesi, Jayavarman VII, giunse all’estremo di fare scolpire sul meraviglioso Bayon Wat, il tempio dalle 37 guglie, il tempio dalla bellezza e dalla perfezione assoluta, il suo volto nei panni di reincarnazione del Budda, non una, ma più e più volte.

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 L'effigie del re Jayavarman VII,
scolpita sul tempio del Bayon
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

In formato gigantesco. Visibile da tutti i punti cardinali. Il Bayon stava al centro di Angkor Thom (la città reale), per ricordare a tutti la grandezza del sovrano. Attorno a questa struttura così gotica, Jayavarman VII, ha voluto un tempio per il padre, un tempio per la madre e la terrazza degli elefanti, una delle più perfette strutture architettoniche di tutti i tempi. Ché nessuno doveva dimenticare la sua santità, la sua ricchezza e la sua potenza. Come Akhenaton, come Adriano, come il Re Sole.


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Bassorilievo con scene di
guerra nel tempio del Bayon
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

 
I templi del dio-imperatore, non sono solo un monumento al potere e uno strumento di propaganda, uno spot alla monarchia, sono anche, come gli altri Wat di Angkor, manuali di antropologia, di storia e di etnologia. Centinaia di metri di bassorilievi ci raccontano la vita quotidiana del popolo Khmer, quello vero: il lavoro nei campi, la guerra, l’abbigliamento, la preghiera, il canto e la danza.

 

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Bassorilievo con la
battaglia dei galli
(Photo Foto © Luigi Alfieri)

Così lontani e così vicini alla sculture di Benedetto Antelami che raccontano la giornata dei contadini medioevali europei nel Battistero di Parma. E se anche gli Khmer di qualche secolo dopo, quelli rossi, avessero amato il canto e la danza, l’arte e gli dei, i fiori e la natura, avessero creduto nell’eterno e nell’infinito, oggi ci sarebbero meno spettri e meno teschi in giro per le miniere, le cave e le foreste della Cambogia.

 
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(*) Chi è Luigi Alfieri

 

Magazine di Turismo e varia umanità.
Direttore Responsabile Giacomo Danesi