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La bizantinità calabrese




La bizantinità
calabrese

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di

Daniela Strippoli

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La foto è tratta dal libro:" De Antiquitate, & Situ Calabriae"
Gabrielis Barii franciscani, MDCCXXXVII.
(Collezione privata Marcello Lattari)

 

La Calabria fu provincia Bizantina per cinque secoli a partire dall’inizio della guerra gotica di Giustiniano nel VI secolo fino al tempo della conquista normanna nella seconda metà dell’XI secolo. La presenza bizantina per un così lungo periodo nella regione non potè che incidere tanto profondamente sulla struttura del territorio quanto sulla sua cultura.

Come espressione visibile di tale civiltà in tutta la regione sono innanzitutto le opere artistiche e architettoniche realizzate in questi cinque secoli, che continuano a erigersi nonostante l’erosione del tempo e l’incuria dell’uomo.

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La chiesa di Santa Maria
dei Tridetti Staiti (RC)

 

I luoghi in cui sorgono gli edifici di culto sono immersi in una bellissima natura: boschi, vallate e strapiombi che, con i loro fantastici colori, creano un incantevole sfondo naturale sul quale si staglia il rosso dei laterizi delle chiese bizantine rendendo così ancora più suggestiva l’alone di mistero e di curiosità che le avvolgono. Esempi di questa perfetta fusione in Calabria sono la Cattolica di Stilo, il San Giovanni Teristi a Bivongi e la chiesetta, oggi ridotta a rudere, di Santa Maria de Tridetti a Staiti. Tutte e tre in provincia di Reggio Calabria.


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Palmento con croce
Ferruzzano (RC)

 

Percorrendo le silenziose stradine che attraversano l’interno di questi paesi si avverte la forte atmosfera orientale della spiritualità degli abitanti che rimane talmente incisa anche nella loro fisicità, come se la storia remota li avesse plasmati o come se discendessero direttamente da quella gente che per 500 anni ha abitato la nostra regione.

 

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 Tipiche espressioni
e atteggiamenti calabresi

 

Se ci soffermassimo ad osservare noteremo gesti ed espressioni delle nostre donne che, avvolte negli scialli, sono pronte a nascondersi il sorriso portandosi la mano sulle labbra. Se le osservassimo camminare noteremmo i loro passi lenti, quasi per non voler fare rumore. Il modo di socchiudere le palpebre mentre pregano come se in questo modo potessero meglio guardare nella loro anima.

 

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L'Emblema dell'Impero Bizantino

 

La stessa bizantinità la si potrà riscontrare nella sollenità dell’uomo e nella durezza del suo sguardo, nella calma apparente del suo portamento, nella sua voce dal timbro caldo e deciso, in quel senso di distacco che tende ad esprimere con l’accenno di un sorriso, nel suo tipico gesto di sollevare pacatamente il braccio per accennare un saluto che sembra lontano nel tempo.

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La preparazione del formaggio. Sullo sfondo la
chiesetta di san Giovanni a Gallicianò (RC)

 

Questo è il frutto di una lunga riflessione, oltre che osservazione interiore di quelle sensazioni che provo nell’avvicinarmi alla “gente di Calabria” che, per scelta di vita, continua a mantenere vive le tradizioni antiche quasi come se volesse non conoscere il tempo attuale e continuare la vita dei suoi antenati: i greci.

La rigidità dello stile linguistico che caratterizza i testi letterari bizantini influisce anche il modo di discorrere degli intellettuali calabresi, che nel loro parlare prediligono la scelta di parole gentili dai suoni pacati. Tendono, inoltre, a non esprimere il loro pensiero ma a lasciarlo intuire al loro interlocutore.

 

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Donne calabresi

 

La grecità della gente di Calabria continua a tramandarsi anche nello svolgimento dei lavori quotidiani. Nella lavorazione del legno, in particolare negli oggetti di uso domestico, si usa ancora incidere la croce e riportare come riconoscimento la decorazione tipicamente greca su tutto il manufatto: cucchiai tipici per la formazione dei formaggi, setacci per la lavorazione della farina, catini per il latte, formine per i formaggi, tipico è la “musulupa” (una forma di pupazza).

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Suppellettili quotidiane in legno
con decorazioni tipicamente bizantine
Foto © Daniela Strippoli

 

La donna forte ed energica, si occupa principalmente di preparare il pane, ma la si trovava ovunque: nei campi di grano, negli uliveti, negli orti, nelle vigne, sulle colline per raccogliere la ginestra e dedicarsi alla sua lavorazione. Infatti, l’abbondanza di ginestra, che col suo profumo caratterizza le colline calabresi, ha consentito la buona produzione di un filato più grossolano e, per questo, più economico col quale si prediligeva produrre tappeti, coperte, maglioni e gilet (tipico quello dei pastori).

 “La gente di questi paesi - scriveva Cesare Pavese nel suo libro “Lettere - Brancaleone 1935” - è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.”

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Tappeti e mattasse di ginestra
Foto © Daniela Strippoli

La Ginestra. Nei periodi estivi si raccoglievano i mazzetti di ginestra e si portavano alla “gurna”, una pozza d’acqua, dove la ginestra era ammorbidita per renderla malleabile per la sua lavorazione.

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 Ancora la ginestra nella
fasi delle sue lavorazioni
foto © Daniela Strippoli

 Cose antiche e ormai remote ci portano lontano nel tempo, ma in una società che cerca continuamente di evolversi, la Calabria conserva il suo passato che si svela solo se ci si lascia condurre dall’eco e dai profumi delle sue tradizioni.

 

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P.S.: La fotografia "Donne Calabresi" è tratta
dal Sito interattivo di San Donato Ninea (CS)

 

 

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