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Monte Oliveto Maggiore: un Archicenobio di fascino e spiritualità




Monte Oliveto Maggiore
l'ombelico schivo e
segreto delle crete senesi

 

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di
Gigliola Fiorin

 

Verso casa, in quel di Brescia, dopo una visita nel senese a godere dello splendido Sistema Termale della provincia più termale d'Italia, c'era il tempo, sulla strada del ritorno, per una sosta nel cuore delle Crete delle terre di Siena: l'Archicenobio di Monte Oliveto Maggiore in territorio del comune di Asciano.

Un territorio misterioso, quasi lunare. Visto dall'autostrada del Sole sembra un sedimento di animali preistorici spiaggiato tra i verdi incredibili. Gli azzurri cristallini, i gialli, i grigi e i rossi di questi irripetibili scenari cangianti lasciano lo spettatore quasi senza fiato.

Nella strada quasi deserta, dolcemente silente, che porta ad Asciano in un pomeriggio domenicale di fine estate, lo sguardo scivola lieve sui paesaggi immortalati da innumerevoli fotografi. È naturale andar lenti, per queste vie. Sarebbe uno spreco di tempo ed energie cercare di affrettare il passo, perdendosi quell'atmosfera particolare che benefica lo spirito.   
 

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Verso Monte Oliveto Maggiore


Qualcosa di mistico guida il cammino verso l'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore (l'abbazia territoriale di Monte Oliveto Maggiore. In latino: Abbatia Territorialis Sanctae Mariae Montis Oliveti Maioris), prezioso scrigno di solitudine e preghiera. Forse il silenzio, la quiete, gli orizzonti  lontani che lo sguardo insegue creano un'aspettativa che non sarà delusa.

"A quella parte, ove cadendo oscura/ Nell'Occidente il Sole  è volto il colle/ Non di pietra che l'alpe al ferro indura/ ma costrutto di tufo, e creta molle:/ La', per arte sublime, o per natura/ tra ruine e dirupi al Ciel s'estolle..."

Così descriveva nel 1590 Torquato Tasso il complesso abbaziale, quando vi soggiornò durante la Settimana Santa e le feste di Pasqua. 

Nel suo travagliato e tormentato peregrinare non solo interiore, il poeta aveva trovato accoglienza, rifugio, silenzio e serenità presso i Monaci di bianco vestiti dell'Abbazia di Santa Maria di Monte Oliveto, al punto di trovare l'ispirazione per comporre la canzone Alma inferma e dolente dedicata "Alla santissima Croce del Venerdì Santo."

 

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Il crocifisso policromo del XIV secolo
nella Cappella del Sacramento

 

Forse fu ispirato dalla croce che il nobile Giovanni Bernardo Tolomei, maestro di diritto all'università di Siena e cavaliere dell'Impero, aveva portato con sé, unica suppellettile del suo bagaglio, quando nel 1313, già quarantenne  accompagnato da due concittadini patrizi, lasciò la vita e gli agi della Siena mondana e si ritirò in preghiera, penitenza  e romitaggio in un luogo solitario ed inospitale di proprietà della famiglia, nei siti dell'allora chiamato deserto di Accona, tra Chiusure e Buonconvento. 

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Il deserto di Accona nell'affresco allegorico di Ambrogio Lorenzetti
"Effetti del Cattivo Governo in città e in campagna"
 
conservato nel 
Palazzo Pubblico di Siena.

 

Ma come avvenne che un simile luogo, duro, inospitale e desertico, dall'iniziale rifugio di tre nobili senesi che si dovettero scavare le grotte nel tufo per viverci, si trasformò in centro spirituale e materiale dell'intero territorio, porto sicuro per numerosi viandanti, nobili ed ignobili, desiderosi di cambiare vita per unirsi in cenobio condividendo tutto?

 

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La scritta a Monte Oliveto ricorda che in questa
grotta San Bernardo Tolomei visse da eremita

Photo © Giacomo Danesi

 

Li aspettavano forti disagi, solitudine, fatica, lavoro... Furono senza dubbio contagiosi i tre ex gaudenti nobili senesi, eremiti per scelta matura che, col loro esempio e la loro vita austera indussero a seguirli tanti altri. Doveva essere ben difficile la vita a Siena in quel periodo... e non solo in Toscana. O forse la molla fu un'altra.  

 

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Una splendida immagine dell'Abbazia
Archicenobio di silenzio e preghiera

Monte Oliveto! Il nome stesso è un programma di vita. Un luogo per l'accoglienza. Fu una scelta dello stesso Giovanni Tolomei, protagonista degli avvenimenti che nel 1319 portarono alla posa della prima pietra del monastero, destinato a divenire ben presto casa madre, fulcro  e centro della Congregazione Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto(Congregatio S.Mariae Montis Oliveti, O.S.B.).

 

 

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Una delle molteplici attività dell'abbazia,
l'olivocultura

 

Attualmente  l'Abate  e Ordinario dell'Archicenobio territoriale di Monte Oliveto ( sede dell'abate generale della Congregazione benedettina di Monte Oliveto che ha giurisdizione sulle altre abbazie sparse nel mondo), è Monsignor Diego Gualtiero Rosa OSB Oliv. L'acronimo O.S.B sta per Ordo Sancti Benedicti, ovvero Benedettini dell''Ordine di San Benedetto.

L'abate Diego Gualtiero Rosa è un Abate Nullius, ovvero colui che oltre alla giurisdizione sul'Abbazia ha anche giurisdizione territoriale, ed è direttamente soggetta alla Santa Sede. L'Abate indossa lo zucchetto e la berretta paonazza come i vescovi, e nelle cerimonie tiene il Pastorale. Fa parte di diritto delle Cei, pur non essendo stato elevato alla dignità episcopale.

 

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Monaci ripresi nel chiostro dell'abbazia
tra gli affreschi di Luca Signorelli e del simpaticamente dispettoso
Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma,
sulla vita di San Benedetto

 

Autorevole discreto ed elegante il suo ingresso in chiesa per officiare la Messa pomeridiana. Bello vederla piena di fedeli, mentre i monaci vanno e vengono in attesa dell'inizio del salmo, da un ingresso all'altro. É come sentirsi a casa, accolti tra amici.

Ecco in breve la sua biografia. Di origine bresciane, presta prima la sua opera nell'Abbazia di Rodengo Saiano, per poi essere nominato Abate Generale della congregazione nel 2010. Non prima pero di essere nominato Abate Superiore dell'abbazia di S. Maria del Pilastrello di Lendinara (Ro) situata nella regione veneta in cui sono nata e cresciuta.

 

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 Una bella immagine di  Dom Diego Rosa,
Abate Nullius di Monte Oliveto Maggiore

 

Un cronista del XV secolo spiega che il nome di Monte Oliveto fu scelto sì in virtù del paesaggio, ma non senza evidenti riferimenti  di carattere spirituale. Le caratteristiche del luogo con boschi, frutteti, raccolti di varia specie, e grandi estensioni di oliveti hanno influenzato la denominazione, ma fu soprattutto il desiderio di identificarsi con il Monte degli Ulivi di Gerusalemme, dove Gesù era solito pregare, insegnare ai suoi discepoli e dove si sono realizzati tanti altri misteri ineffabili, che il "monte", portatore di qualcuno di quei misteri, divenne per Giovanni e i suoi seguaci  Monte Oliveto.

In esso sembrava  esserci veramente qualcosa di trascendentale, qualcosa di  irrinunciabile.

 

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Bernardo Tolomei in un affresco
nel chiostro dell'Archicenobio
di Monte Oliveto Maggiore

 

La "Charta fundationis" del monastero Sancta Mariae de Oliveto in Accona porta la data del 26 marzo 1319; tre giorni dopo, i fondatori ricevettero l'abito monastico bianco dal delegato del vescovo di Arezzo, professando la Regola di San Benedetto. E Giovanni prese il nome di Bernardo, in omaggio a S. Bernardo da Chiaravalle, devotissimo alla Vergine Maria.

Lo stemma del nuovo ordine?
Tre monti (i fondatori) sormontati da una croce, con due ramoscelli d'ulivo a ricordare che l'obiettivo è portare frutto nel nome di Cristo.

 

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Lo stemma inciso nel marmo
della chiesa dell'Abbazia
Photo © Giacomo Danesi 

La fama di santità di quei monaci oranti e penitenti si sparse tutt' intorno e si diffuse come aria balsamica dei monti che risana.

 

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Da allora il deserto di Accona fiorì come fiorisce un campo di candidi gigli. Singolare la ritrosia dello schivo Bernardo che si rifiutava di assumere l'incarico di abate, ritenendosi indegno a guidare i suoi confratelli.

Riuscì ad evitarlo fino al 1321, anno in cui non poté più sottrarsi e fu abate per ben 27 anni, fin quasi alla morte. Sotto la sua guida altri 11 monasteri si aggiunsero al primitivo Monte Oliveto che divenne, per distinguersi dagli altri, la casa Madre Monte Oliveto Maggiore. 

 

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 La costruzione di un monastero, nello splendido
affresco di Signorelli, visibile nel chiostro abbaziale

 

Nel '400 il numero dei monaci superò le 900 unità con 53 monasteri; nel '500, continuando l'espansione in tutta Italia, costruirono altri 30 monasteri; nel Seicento se ne aggiunsero ancora 10. Lo squisito senso artistico degli Olivetani che si avvalsero di artisti eccelsi ne fanno capisaldi della cultura e dell'arte.  Alcuni esempi?


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Il chiostro dell'Abbazia Olivetana
di San Nicola a Rodengo Saiano

 

A Rodengo Saiano, nella Franciacorta (in provincia di Brescia), si trova l'Abbazia Olivetana di S. Nicola, fondata dai monaci cluniacensi prima del 1050. Fu consegnata all'Ordine Benedettino Olivetano di Monte Oliveto Maggiore nel 1446, con l'obiettivo di consolidare la fede nella zona e avere una più forte influenza sul territorio.

I monaci iniziarono subito la costruzione dei primi due chiostri, l'ampliamento della chiesa e contemporaneamente si dedicarono alla bonifica dei territori circostanti, di proprietà dell'abbazia, costituendo aziende agricole molto efficienti di cui rimane una vasta testimonianza pregevole anche dal punto di vista artistico. I risultati sono visibili tutt'oggi.

L'abbazia costituisce uno dei più maestosi e ricchi, dal punto di vista artistico, complessi religiosi del nord Italia, merito indubbio anche della oculata guida olivetana.

 

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Un'attività peculiare degli Olivetani
a Monte Oliveto era il restauro dei libri.
Morto l'ultimo monaco restauratore...

 
Chi non ricorda Guglielmo di Baskerville, accompagnato da un giovane novizio benedettino in visita ad una abbazia italiana, famosa per la sua biblioteca? Tema nodale ne “Il nome della Rosa”, il rapporto speciale che da sempre lega i Benedettini alle opere librarie è storia. Basti pensare alle migliaia di volumi inviati da Firenze dopo l'alluvione del 1966 nei monasteri e lì pazientemente restaurati dai monaci.

 

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  Una splendida immagine
notturna di S. Giustina in Padova

 

Anche l'abbazia di Santa Giustina a Padova fu affidata alle cure degli olivetani, che già erano in città nella badia di S. Maria della Riviera dal 1350, nel tentativo di risollevarne le sorti e restituire a nuova vita il monastero benedettino, considerato un grande santuario  desiderato da più parti per la gran quantità di reliquie custodite.

 

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 Il sarcofago con le spoglie
di S. Luca evangelista

 

Ma nonostante la bolla papale di Gregorio XII del maggio 1408 che lo affidava ai monaci bianchi di Monte Oliveto, la presa in carica fu effettuata solo nell'ottobre. A Padova non sembrava mai essere giunta la notifica. Sarà stato il ritardo o altre trame sta di fatto che agli Olivetani venne rimosso l'incarico dal Senato della Repubblica di Venezia la quale aveva sostituito i carraresi considerati tiranni dai patavini, nella guida della città.

Un atto di forza della Serenissima che aveva a cuore il plauso dei nuovi sudditi
L'abbazia di Santa Giustina trovò in seguito il suo riformatore nel nobile Ludovico Barbo, che seppe portarla agli antichi splendori, coadiuvato da giovani studenti universitari preparati e pronti ad attuare l'idea del loro padre spirituale.   

 

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Il viale maestro all'interno del complesso abbaziale
                            di Monte Oliveto Maggiore
 
                                   

 

Cosa accomuna questi tre monasteri per un semplice turista? L'accoglienza e la serena bellezza innanzi tutto. Non solo delle opere artistiche, architettoniche e storiche che sono comunque notevoli. La bellezza di scoprire che non esistono difficoltà insormontabili se si ha dentro ciò che è guida.

Da visitare assolutamente la splendida biblioteca, ricca di immensi tesori.

 

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Un'immagine della splendida biblioteca
Photo © Giacomo Danesi


A Monte Oliveto Maggiore è attiva una foresteria, ed è possibile acquistare i prodotti della terra che circonda l'abbazia (vino, liquori, ecc.), che i monaci mettono a disposizione del pellegrino che sale fin quassù.

Non si arriva all' Archicenobio olivetano per caso. Non si cerca quassù la solitudine per forza, ma perché la si desidera e si è convinti di una Presenza straordinaria in questo luogo perché si ha la netta sensazione di stare nel mondo senza essere del mondo.


INFO

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Giacomo Danesi, direttore
del Magazine, è socio Neos.

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Magazine di Turismo e varia umanità.
Direttore Responsabile Giacomo Danesi