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Camargue: natura e tradizione




 

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di 

Mario Bussoni

 

Ahaa, oh…ehee, oh”, grida il gardian, agitando una lunga pertica, che culmina con un piccolo tridente. Il suo cavallo bianco si staglia in mezzo a un branco di tori dal manto nero-umido e dalle corna color avorio.

Il suolo rimbomba quando gli animali avanzano sulla terraferma, mentre risuona un ritmico schaft schaft, quando attraversano l’acqua bassa delle paludi.

Aha, oh”, ripete il gardian. Il suo cappello a larghe falde, il laccio e l’ampia sella lo fanno assomigliare a un cow boy del West americano.

Si racconta che il primo sia stato copiato da quello di Buffalo Bill, piombato in Camargue nel 1905, con il suo circo. Mentre il giacchetto di velluto nero deriverebbe da quello indossato da Ivan Pranishnikoff, un pittore alla corte di Nicola II Romanov, trasferitosi qui per dipingere uccelli.

La camicia soleiado è decorata con disegni sgargianti. Su di essa spicca la croix des gardians, una croce fatta a ancora,  con le braccia che finiscono a tridente e, in basso, un cuore intrecciato: simbolo di fede, carità e speranza.

 

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I pantaloni assomigliano invece ai blue jeans. Ma,  guai a chiamarli così. Non sono infatti confezionati con la tela blu di Genova, bensì con la cosiddetta peau de taupe (pelle di talpa), un tessuto noto come denim (della città di Nimes).

Il petit cheval, che da lontano fa assomigliare ogni gardian a un centauro, sa cosa deve fare. E’ un animale abituato a non avere paura di un branco di tori scalpitanti. Da puledro è scuro, ma crescendo diventa bianco, con una magnifica criniera bionda e la coda lunghissima. 

Il gardian avanza sicuro. Il suo cavallo caracolla a fianco dei tori, senza farli scartare di un solo millimetro. Allevati allo stato brado per partecipare alle Courses royales e alle Courses libres, procedono ora a testa bassa.

Stupefacente e fantastica Camargue. Una grande spianata alluvionale formata dal delta del Rodano, che all’altezza di Arles si divide in 2 rami (il Grand Rhone e il Petit Rhone). Entrambi abbracciano la Petite Camargue, l’Etang du Vaccarés e il Marais Salants. E, tutt’intorno, si stende il Parc naturel régional de Camargue (85 mila ettari).

 

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L’acqua delle 2 braccia del fiume sembra non voglia mai raggiungere il mare. Lo scrittore Frédéric Mistral lo aveva così descritto: “Un vecchio agonizzante, che pare tanto triste di andare a perdere in mare la sua onda”.

Il paesaggio, lasciato al capriccio del vento, è selvaggio e grandioso. Dune, lagune, acquitrini, stagni salmastri, saline, canneti e distese erbose. Un’oasi di pace solenne,  un sole splendente e una luminosità unica. Un segreto eterno, che si rinnova ogni giorno, in una millenaria lotta di supremazia tra fiume, mare e uomo.

La Camargue ha vita intensa e quasi mistica. Qualche cabane isolata, bianche fattorie dal tetto ricoperto di paglia. E colonie di fenicotteri rosa, stormi di aironi cinerini e rossi, cigni, anatre, poiane e sparvieri.

 

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Saintes-Maries-de-la-Mer è la capitale di questo regno incontrastato della natura. E deve il proprio nome a 3  sante: Maria Jacobé, sorella della Vergine; Maria Salomé, sorella di Marta e di Lazzaro e madre degli apostoli Giacomo e Giovanni;  e Maria Maddalena, l’“apostola degli apostoli”,  poi ritiratasi in penitenza nella Saint Baume.

La leggenda vuole che le pie donne, in una barca senza vele, senza remi e senza timoniere, siano approdate qui nel 40 d.C. ben accolte da Sarah, che in seguito sarebbe diventata prima la loro serva e poi la patrona dei Gitani.

 

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L'interno della chiesa
di Saintes-Maries-de-la-Mer

 

Ogni anno, il 24 e 25 maggio, il Popolo zingaro di tutta Europa si dà appuntamento qui per il Grande Pellegrinaggio. I popoli Rom, Manouche, Kalé, Sint e di altri clan vengono a venerare Sarah (dettala Kali,  la nera), i resti della quale riposano nella cripta della Chiesa-fortezza di pietra bianca, innalzata a partire dall’XI Secolo a difesa dei Saraceni.

Il 24 maggio, nella Chapelle Haute (Cappella alta) della Chiesa, da una nicchia posta  sopra l’altare, vengono calate in basso per mezzo di corde, le chasses con le reliquie di Maria Jacobé e Maria Salomé.

A questo punto, la statua di Sarah viene tolta dalla cripta, dove migliaia di lumini rossi accesi hanno creato un effetto suggestivo e reso l’aria rovente e irrespirabile.

Vestita di bianco e di azzurro, avvolta in un manto rosa-viola e con una preziosa corona in testa, la patrona degli zingari viene quindi portata a spalla sin sulla riva del mare dai capi delle più importanti tribù.

 

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Uomini e donne indossano vestiti dai colori sgargianti (i primi ostentano anche vistose collane e anelli d’oro massiccio). Grida di saluto e di evviva si ripetono sino all’ossessione, mentre risuonano antichi canti.

Il giorno successivo, si festeggia invece Maria Jacobé e Maria Salomé e  le loro statue sono scortate sino sul mare, per la benedizione. La gente, animata da un grande fervore, entra in acqua sino alle ginocchia. Alla fine, le chasses sono ricollocate nella Chapelle Haute.

Una testimonianza. Anche il futuro Papa Giovanni XXIII si recò nel 1948, quando nei primi anni del dopo guerra era Nunzio Apostolico in Francia, in Camargue per partecipare all'imponente manifestazione dei gitani riuniti a Saintes-Maries-de-la-Mer in occasione dell'anniversario del  diciannovesimo secolo dello sbarco delle sante Maria Jacobé, Maria Salomé e  Maria Maddalena sulla costa camarguese.

A scoprirlo è stato il nostro direttore Giacomo Danesi quando, visitando un mercatino a Parigi, acquistò il numero del 4 giugno 1948 del periodico France illustration. In prima pagina faceva bella figura di sé la foto di Angelo Giuseppe Roncalli ricevuto dagli zingari con il loro tradizinale benevuto: a cavallo con le bandiere piegate.    

 

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Copia dell'articolo di Giacomo Danesi
sulla rivista Amici di Papa Giovanni 

 

Anche Bob Dylan durante una vacanza nel sud della Francia  assistette all’annuale pellegrinaggio dei rom a Saintes-Maries-de-la-Mer, nella cui cattedrale sono conservate le spoglie della loro santa protettrice, detta Sara la Nera. Questo episodio lo indusse a scrivere la canzone One More Cup of Coffee (Valley Below).

A Saintes-Maries-de-la-Mer, il 26 maggio è ancora giorno di festa, questa volta dedicato al ricordo del marchese Folco de Baroncelli. Il quale,  nel 1936, aveva dato il benvenuto alla prima, pittoresca, invasione di zingari e, oltretutto, aveva “inventato” i tori e i cavalli della Camargue.

A questo punto, la Grande Festa esplode. Le strade di Saintes-Maries-de-la-Mer si riempiono sino all’inverosimile di gente, che attende impaziente l’Abrivado, ossia l’arrivo dei tori, per poi gettarsi nella mischia.

Lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli (non ferrati) sul selciato diventa frenetico, così  come lo scalpitare dei tori, tra incitazioni, grida e applausi.

 

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I tori sono spinti nell’arena.  E’ il momento, atteso, della Course à la cocarde. Allo squillare delle trombe, i cocardiers, vestiti di bianco e giovanissimi, ne affrontano uno per volta, in un gioco che richiede abilità, destrezza e sangue freddo.

Si tratta infatti di strappare una coccarda posta tra le corna del toro, dopo averlo tenuto a debita distanza con un crochet, una sorta di uncino appuntito, infilato nella mano destra come un tirapugni.

 

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L’animale ovviamente si infuria e carica il cocardier, il quale con spericolate acrobazie è costretto a saltare l’alta staccionata rossa che contorna l’arena, per poi aggrapparsi precariamente alle gradinate del pubblico. Succede spesso che, nella foga, qualche toro riesca a catapultarsi al di là del riparo e debba essere risospinto dentro a forza.

 

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La Grande Festa si conclude infine con giochi di abilità da parte dei gardians, con canti,  musiche e danze zigane e folcloristiche nelle piazze e nelle strade e, infine, con il bandid il ritorno (mesto) di tori, cavalli e gardians verso i pascoli.

 

 

 

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